Vicenza, il Parcheggio della Pace. E i suoi parcheggiatori

Peruffo: «la pace viene “posteggiata”, senza che nessuno parli più della base americana»

Avendo lavorato come editore e curatore culturale per diversi parchi tematici di livello nazionale, ma soprattutto come primo denunciatario della contraddizione Base/Unesco a Vicenza e parte del direttivo artistico del Festival Una Rete Disarmante per la Marcia Mondiale per la Pace a Vicenza e la Nonviolenza voluto dal Tavolo della Consultazione del 5 ottobre 2008, Tavolo che portò a liberare con la lotta No Dal Molin l’area del futuro cosiddetto Parco della Pace, vorrei portare il mio contributo critico a quanto sta succedendo in merito agli ultimi sviluppi sul celebrato progetto “pacificatore”.

Vorrei farlo partendo da quello che si apprende dai due opuscoli (volumi! secondo il Direttore) allegati al Giornale di Vicenza, recentemente. Fatto piuttosto molto curioso, essendo stato il giornale in oggetto tra i maggiori responsabili “morali” della costruzione della base militare di cui il parco dovrebbe essere il controcanto. Lo è davvero? O è solo l’ennesima manipolazione a cui la cittadinanza di Vicenza è e sarà sottoposta? Lo dico subito: contrariamente a quanto ci si possa aspettare da una grande opera che parla di pace, qui la pace è solo un lacchè per bocche rapaci. O ingenue. O senza altra soluzione per le proprie più o meno legittime esigenze, ambizioni, affari personali. Questo è il mio primo pensiero dopo aver letto con grande cura gli opuscoli.

Non entrerò nel merito “architettonico-sociale” del progetto – di per sé neanche male se rispettasse alcune “riserve” non contemplate, che dirò alla fine, per non passare per un “distruttore” – ma sui principi e sulle fondamenta. Non discuto infatti le alte competenze dei progettisti, ma posso entrare nel merito di ciò che ha permesso questo progetto. E quindi delle voci chiamate a testimoniare per portare acqua al mulino del Parco. O meglio, visto che la pace è accantonata in un angolo, del parcheggio. Il Parcheggio della Pace, dove la pace viene posteggiata, posticciata, pasticciata, un po’ qua e un po’ là. Come fosse un trofeo che nessuno di questi parcheggiatori merita di prendere in mano. Il loro imbarazzo a parlarne ne è una prova “taciuta”. Risulta evidente, inoltre, che nessuna delle voci parli della base americana in senso proprio. Come si deve. Essa è, nella sua impressionante forma propria, sostanza e contrarietà specifiche, completamente assente dalla narrazione e dalla discussione! La si cita, en passant. Incredibile, ma vero. Incredibile o penoso? Penoso o funzionale? Proverò a dare qualche risposta.

Passerò in breve rassegna una a una le voci dei due opuscoli. Non tutte. Alcune le ho ritenute ininfluenti. Senza flusso. Come direbbe il pilota dei flussi, Zagari, tutto preso – in tarda età – da questa nuova moda dei flussi nel contemporaneo, talmente fluttuanti da aver fatto omicidio dei centri e aver creato quella schifezza di città diffusa, che più che una città noi tutti sappiamo essere un’immensa periferia, una periferia oggi dilagante, addirittura “intenzionalmente” policentrica, dove la civiltà ha assassinato le sue relazioni di qualità per creare diffusione solo di promiscuità e caos urbano-agricolo-industriale. Gettando di qua e di là rogne di ogni tipo. Deturpando anche ciò che fu di esempio al mondo – un tempo – per l’urbanesimo. Vicenza, patrimonio vergognoso dell’Unesco, scrissi non molto tempo fa. L’importante qui da noi è infatti, costruire, crescere, sempre. Anche se si costruisce sulle ceneri delle idee che fondano una civiltà e la crescita è sempre più spesso riferita alla distrazione che non alla cultura e alle concrete relazioni di civiltà. Pace compresa, messa a lato. In panchina. Nel parcheggio. Della retorica, che lo stesso Trevisan – lo scrittore vicentino chiamato a portare la prima testimonianza – vorrebbe abilmente scansare.

Doverosa una premessa che legittima la mia forte critica, dal punto di vista concettuale. Come già scritto in altre parti, l’avallo del Parco della Pace porta con sé una conseguenza inoppugnabile che io – attivista della pace, o meglio attivista per disarmare i conflitti – non accetterò mai: l’accettazione definitiva della nuova illegale base militare Dal Molin-Del Din. Una base che promuove economie di morte. La sua definitiva integrazione con la città. La sua irreversibile legittimazione grazie a una vile compensazione pensata da gente arguta e subdola. La “distrazione finale” nel momento in cui lo si vorrà fare diventare un parco cittadino al fianco di un mostro militare. Perciò, fintanto che resterà la base, il costruendo parco resterà per me nient’altro che un “parcheggio” e solamente quando non ci sarà più la base si potrà seriamente pensare ad un vero parco della pace. O per la pace.

Il giorno che al di là di della rete, che oggi divide le due zone, si vedrà “riconvertita” la base in un campus di alta formazione, universitario – un laboratorio del Diritto Internazionale qui violato e/o dei futuri Corpi Civili di Pace, studiati e propugnati dalla vera Vicenza attivista, concreta, per la pace (v. Atti del Convegno La prevenzione dei conflitti armati e la formazione dei corpi civili di pace, a cura di Matteo Soccio, Casa per la Pace 2012) – di qua potrà esserci un parco autentico della pace, dove bambini e giovani potranno veramente giocare proiettati verso un futuro. Finché ci sarà la base, giammai. La pace resterà una parola retorica e il parco un parcheggio.

Fatta questa premessa di aut-aut si potrebbe chiudere il discorso. Ma purtroppo delle persone hanno incautamente parlato. Degli interessi si sono mossi. Ed è nostro dovere offrire un serio controcanto. Serio, analitico, ironico. E pure duro, se serve. Un doveroso controcanto che dovrà contrastare un coro di voci che alla luce dei fatti sono e resteranno servili. Al servizio di poteri che neppure gli stessi servitori conoscono. Passiamo perciò ai parcheggiatori. Della Pace. In rassegna.

LUCA ANCETTI
Il primo parcheggiatore – la sua introduzione – è l’emblema del parcheggio. Un parcheggio in sé. Soprattutto della ragione nella sua peculiare funzione critica. Il prototipo. Redatta dal capoufficio dell’informazione imbonitrice che per anni ha diretto il mezzo più eloquente che sia stato creato per creare distrazioni. In loco. La televisione in formato locale. TVA Vicenza. Ritrovarsi, i vicentini, che avevano un po’ di speranza intellettuale, Ancetti, da direttore dell’emittente televisivo a direttore del GdV, è stato come risvegliarsi da un brutto sogno e scoprire che non lo era. Si tratta infatti di un incubo catodico permanente. Ora su carta stampata. D’altra parte, cosa ci può aspettare da uno che non si è mai espresso chiaramente sui problemi seri della città perché aveva e ha ancora come sua consegna primaria ai nostri neuroni il calcio “spettacolino”, la droga collettiva da passare alle zone prefrontali degli umani. Cosa ci si può aspettare da uno che scrive parole di infantile entusiasmo alla triplice ripetizione per un parco dei divertimenti, anzi, per una Gardaland delle tristi ambizioni. Da un direttore che apre la sua schiumosa introduzione con «poche volte Vicenza ha avuto il coraggio e le opportunità per pensare in grande». Lo stesso giornalista che non sa cosa sia il coraggio perché non era presente – intellettualmente – nei momenti in cui Vicenza ha pensato “realmente” in grande, come il 17 febbraio 2007 e il 5 ottobre 2008. O da un novello teoreta del verde che parla di superdimensione del parco per farci bere l’aspetto iperdimensionale dello spazio come primato europeo, dimenticando che Vicenza ha altri tragici primati “spaziali”, tra cui la devastazione del territorio, lo sfregio del patrimonio, la quantità di militarizzazione. Il medesimo maestro di pensiero che si trasforma in vibrante cittadino e parla di città bellissima, di volergli bene e proclama di aver trovato opportuno mettersi al servizio della “comunità del parco”, quando invece tutti sanno che il suo è – a conti fatti – il servizio di un filisteo. Infine, cosa ci si può aspettare da uno che equipara il centro storico Unesco con un superparco che si vorrebbe fare diventare un centro di “qualità dello spazio” per intrattenere funamboliche comunità provinciali guidate da un estensore di un’agenda di eventi che vada ben oltre (ben oltre!) il tema della Pace. Tema, quest’ultimo, piuttosto insignificante per quasi tutte le voci. Anzi, quello della “pace trascurabile” e della “necessità di dare lavoro a un futuro direttore artistico” sono temi ricorrenti e complementari per molte delle voci di questo coro. Cosa ci si può aspettare da questo signore? Niente. Il niente. Il deserto della critica. L’asfalto per il parcheggio. O, al massimo, oplà, «suscitando emozioni», l’apparizione scontata del Jacopo Bulgarini d’Elci di turno. Il Direttore del Parcheggio.

VITALIANO TREVISAN
Lo scrittore vicentino, che stimo e che qui stigmatizzo, ha fatto questa volta il passo più lungo di quanto la sua abile penna, che sappiamo in vendita, sia capace di controllare. Un passo talmente lungo da essere finito neppure dentro al parcheggio. Addirittura sul margine. Dall’altra parte. All’entrata. Per fare non tanto il posteggiatore. Che non sia mai… per uno scrittore di tale fama. O fame, direbbe lui. Forse sarebbe utile ricordare come è finito Knut Hamsun, autore dell’omonimo famelico romanzo, nonostante il Premio Nobel e i centocinquantamila passi. Insomma, Vitaliano fa qui le veci di colui che, fuori dal parcheggio, richiama a gran voce, alzando le mani, piroettando, la curiosità degli ignari cittadini per farli entrare. Nel parcheggio. Avete presente il tipo che fuori da un qualsiasi luogo insignificante della periferia del mondo alza la voce per convincerti di entrare, attirando i passanti con belle parole che non fanno altro che stordire, creare confusione, parole che ascolti perché ti pare di aver già visto quel tipo da qualche parte e nel suo atteggiamento riconosci un po’ di autorità? O di curiosità. Essendo lui un autore. Che ha un suo percorso che lo rende autorevole. E sa guidare il suo mezzo. Le parole. Non ti accorgi Vitaliano che hai malmenato la tua autorità di scrittore esponendola agli usi del più perfido comunicatore-persuasore della provincia? Per un pugno di dollari. Non sono i soldi, inodori, la questione. La tua commissione è diventata, pur/troppo, una commistione. Anche per il naso. Per il quale si prendono le persone. Ha alimentato “la” confusione. Il risultato più ricercato dai gerarchi dell’opinione. Per i parcheggiatori della mente. Così, indifeso, nel grande spazio che pure avevi a disposizione, ti avventuri a confondere il livello delle “opinioni” con quello degli “argomenti”, dimenticando le diverse implicazioni che questi livelli comportano. Fatto grave, che sottolinea il contrasto paradossale, inqualificabile (proprio per la doxa), tra un giornale che manovra le opinioni e che per farlo è costretto a chiamare in causa uno scrittore che si dichiara, per l’appunto, senza opinioni! Quando invece è semplicemente senza argomenti, costretto a continui scarti laterali, giustificativi, creando cornici di scorrettezza e di equivoco cinismo controcomunicativo, da volenteroso alternativo, riportando, ahimé, pure falsità – non corrispondenza ai fatti! – quando parli di pacifisti che negano il parco – quando invece negano la falsa pace che si veicola in quel presunto parco – o quando parli di città indifferente – quando invece la città era stata altamente “differente”, ma messa al bando dalle negligenze-deficienze di intelligenza e onestà della classe politica contingente che tu stesso Trevisan come vicentino ti trovi davanti, la stessa che ha in mano il Giornale di Vicenza. Cosa si deduce da tutto ciò? Che “pecunia” deriva da “pecus“. Dalle pecore. Non ha odore, ed è questione di gregge. I pecorai, invece, un odore ce l’hanno. Non so che dire. Se non amen.

La pace non sia con voi. Parcheggiatori.

Alberto Peruffo

Ph: “Lato sud del Parco: Vicenza Patrimonio Vergognoso dell’Unesco, 8 dicembre 2012”. Foto Archivio casadicultura.it di F.T. Catelan.