Con la cultura non si mangia: si cucina

Milionate per gli auditorium, ma provate a chiederne 50 mila per borse di studio. E intanto bruttezza e sciatteria in Veneto imperano…

Con la cultura non si mangia!”, sbottò qualche anno fa l’allora ministro Giulio Tremonti. Questa improvvida frase viene ancor oggi ripetuta e considerata scandalosa in un Paese ricco di tesori d’arte come il nostro. Ma la replica è ancora più sciocca. Si risponde infatti : “Invece no! Con la cultura si mangia e tanto!”. Così che ci si mette, senza accorgersene, allo stesso livello e di non comprendere nulla del ruolo che la cultura dovrebbe avere nella crescita morale ed economica di un paese. Non c’è dubbio che una migliore promozione del patrimonio culturale possa giovare molto alla nostra stanca economia. Ma la politica e l’economia della cultura non c’entrano nulla con il marketing degli eventi, delle opere d’arte e delle città storiche.

Bisogna accettare invece il principio che davvero con la cultura non si mangia: piuttosto con la cultura “si cucina”. Così che in un prossimo futuro si potranno mangiare elaborati arrosti anziché accontentarsi di un panino di mortadella. Investire in cultura non significa quindi mettere soldi in nuovi edifici per l’istruzione o in supporti didattici lasciando immutata l’organizzazione, le persone e i contenuti. L’amore e la sensibilità per la musica non la si promuove costruendo mega-auditori dove suonano le star internazionali. Un investimento davvero culturale presume che si insegni ai giovani a praticare la musica quotidianamente. E la sensibilità per le arti, per le lingue straniere, per le delizie dello spirito rendono la società meno aggressiva e la convivenza più facile. Consentono di creare l’humus su cui fare fiorire nuove idee e alla fine anche ricchezza materiale.

È relativamente facile trovare 500 milioni per realizzare un nuovo auditorium che peraltro resterà inutilizzato gran parte del tempo. Ma gli amministratori stentano a stanziarne 50 mila per offrire una ventina di borse di studio a giovani che non possono permettersi di frequentare corsi di musica. Si trovano i milioni per impianti sportivi, ma l’idea di pagare una dozzina di istruttori 6mila euro l’anno per favorire l’attività fisica e ludica nei parchi o per allenare giovani atleti sembra impraticabile, nonostante i numerosi giovani appassionati, disoccupati e laureati in scienze motorie. Un investimento in cultura presume l’apertura a chi non fa parte di sistemi di relazioni e di pensieri sedimentati. Si dovrebbero sempre preferire i forestieri e i “diversi” perché potenzialmente innovatori e meno legati al potere.

Non si investe in cultura quando si sbraita per imporre che nelle moschee si parli in italiano, in modo da perpetuare l’inferiorità di chi non capisce. Al contrario, un paese civile che pratichi una politica culturale invia italiani che conoscono le lingue straniere a presenziare luoghi di culto dove si teme che si predichi la sovversione. Non si investe in cultura quando si costruiscono mega-ospedali lontani rispondendo a canoni estetici di una fabbrica per aggiustare replicanti senza un cenno alla cultura della salute e dell’igiene. Nell’eccellente sanità veneta, sono buone le cure e preparato il personale. Ma tutto il resto è approssimativo e sciatto: visitando l’ospedale nuovissimo di Schiavonia (cercatelo sulla carta!) che sembra un aeroporto (vedi foto), ho notato come le indicazioni sono approssimative, le auto (persino quelle di servizio) parcheggiate disordinatamente sui marciapiedi, il personale gentile, ma impreparato nelle relazioni, la guardia medica brava, ma inaccessibile. Lo stesso vale per le scuole, sempre più grandi e accorpate, più simili a carceri che a luoghi di cultura.