Ma il Primo Maggio ha ancora un senso?

Racconto di una celebrazione-tipo. Di una liturgia che vive sul ricordo di un mondo che non c’è più

1 maggio in un ricco capoluogo del Nord e il mondo mi appare cambiato. Ansiogeni pannelli autostradali annunciano: “Centro bloccato per celebrazione della Festa del Lavoro”. Sono in una città tradizionalmente operaia dove il sindacato era una cosa importante per tutti. Parcheggio in periferia e mi avvio a piedi verso il centro. Non sembra stia succedendo nulla di particolare. Alla fine sento in lontananza il gracidare di un oratore all’altoparlante. Osservo meglio: è il luogo di ritrovo delle celebrazioni dove mi sarei aspettato un fiume di folla e di bandiere. Invece non conto più di qualche decina di distratti partecipanti sparsi disordinatamente nella grande piazza. Ci sono più bandiere che persone, tanto che i volonterosi attivisti le ripongono ai lati del palco. Su di esso si è radunato un gruppo di dirigenti sindacali, forse superiore ai partecipanti alla celebrazione.

L’oratore è bravo. Dice cose interessanti e parla come un consumato attore, di padronato e operai, ma sembra venuto da un altro pianeta, e non solo perché parla con un forte accento siciliano. Nessuno lo ascolta, preferendo discutere dell’imminente partita di calcio, dell’acquisto della nuova auto, della casa, del figlio che non trova lavoro o dell’altro che l’ha trovato. Nonostante l’oratore parli di operai, i pochissimi presenti sembrano piuttosto impiegati. La grande struttura sindacale, nata nella fabbrica fordista, più che una manifestazione celebra una liturgia che rassomiglia al proprio funerale. Mi allontano un poco da questa celebrazione antica ed entro nella vita vera. Negozi, gente diversa, lavoratori, in prevalenza impiegati. E numerosi stranieri.

Una zingara chiede l’elemosina a un ambulante abusivo senegalese, che si sorprende, ma alla fine le dà un euro. Qui nessuno può dirsi provinciale. L’accento siciliano dell’altoparlante stona solo per la situazione alquanto grottesca, ma i suoni s’intonano al contesto. Tutti coloro che passano per la piazza appartengono a una cultura mondiale. Qualsiasi lingua parlino, hanno visto gli stessi film e ascoltano la stessa musica da almeno quarant’anni. Mi fermo a scrivere queste note su una panchina del parco.

Quattro ragazze siedono nei pressi e cominciano a litigare per disputarsi un uomo. Usano un linguaggio che scandalizzerebbe un camionista. Ma non riescono a essere davvero volgari. Sono vestite strane, direbbero i loro genitori o meglio i loro nonni. Perché i genitori – per lo più divorziati o separati – somigliano molto a loro. Hanno un accento locale addolcito. Se ancora non hanno viaggiato, di sicuro lo faranno presto. Non mi sorprendo allora a notare come una di loro, dal colore della pelle e dai lineamenti, potrebbe essere araba. Poi scopro che non mi ero nemmeno accorto che un’altra è decisamente orientale. Una Festa del Lavoro senza sentimento in quella che era un tempo la provincia industriale italiana che in gran parte si riconosceva nelle celebrazioni laiche di primavera: della Liberazione e del Lavoro…

Ph: lombardiabeniculturali.it