Se non ci fosse Grillo, avremmo una Le Pen italiana

E il Pd è lontano dalla tecnocrazia alla Macron. I francesi più radicali di noi

Una caratteristica dei francesi è il radicalismo. Quella degli italiani la capacità di mediazione. Alle presidenziali francesi che si terranno domenica 7 maggio si scontreranno due posizioni opposte e l’esito è altamente incerto, nonostante Macron sia dato per favorito. Come favorita era la Clinton su Trump e il “remain” sulla “brexit”. Il dibattito tra i due è stato a dir poco aspro. Sarebbe meglio dire maleducato e tra due persone assolutamente sorde alle ragioni dell’altra.

Macron rappresenta il radicalismo della tecnocrazia francese, favorevole alla globalizzazione dei mercati e della politica, all’Europa e all’Euro senza sostanziali aperture a possibili riforme. Un giovane conservatore incapace di comprendere i fenomeni sociali e molto aperto all’innovazione purché limitata nei rigidi schemi della tecnologia e dello status quo politico e sociale.

A Macron si oppone Marine Le Pen i cui valori ed eredità culturale (per quanto ufficialmente ripudiata) si collegano a un nazionalismo filo-fascista, erede della Repubblica di Vichy. Sarà votata da una massa di francesi che, come molti altri in Europa, non sono rappresentati né dai partiti tradizionali né da vecchi sindacati ormai dediti a difendere le “aristocrazie” dei pensionati e dei lavoratori dipendenti, e incapaci di farsi carico dei milioni di disoccupati in gran parte giovani. I suoi appelli nazionalisti che sembrano fuori tempo, in effetti rappresentano una novità dopo sessant’anni di retorica europeista. Per questo esercitano interesse sui giovani. L’anti-americanismo di Le Pen incontra la simpatia anche di una parte degli elettori meno acculturati della vecchia sinistra i quali potrebbero essere sedotti da questa signora aggressiva dai modi popolani (ma non volgari) la quale riesce talora a stemperare la violenza di quel che sostiene con accattivanti sorrisi. Questo suo elettorato non le basterà per vincere, a meno che non sia integrato da quella parte più popolare di chi ha votato per la destra di Fillon, Juppé e Sarkozy che, nonostante l’indicazione dei suoi leader, diffida del giovane e brillante Macron, uomo della finanza e dell’élite.

Inoltre, buona parte di quel 20% ottenuto da Mélenchon e dalla sua nuova sinistra potrebbe astenersi a tutto vantaggio della Le Pen. L’elettorato di Mélenchon è formato in parte da intellettuali (radical chic), il cui lavoro e benessere non è posto in discussione qualunque sia il risultato elettorale, e in altra parte da integralisti di una vecchia sinistra che non voterebbero mai Macron e sono culturalmente più vicini alla popolana e populista Le Pen. Ma la “France insoumise” (non sottomessa) di Mélenchon – come Le Pen critica della tecnocrazia nazionale ed europea – raccoglie anche una parte di elettori, prevalentemente giovani, che da noi voterebbero i Cinque Stelle, e non sono sensibili come i vecchi militanti di sinistra all’appello riuscito nel 2002 di “faire barrage” (fare barriera) contro il fascismo.

In Italia le cose stanno politicamente in modo molto diverso, anche dal punto di vista sociale Francia e Italia (e tutta Europa) presentano più somiglianze che diversità. Anzitutto il nostro capo del governo non ha gli stessi poteri del Presidente francese. In secondo luogo il (cosiddetto) populismo italiano è diviso in due parti in accesa competizione. Infine, la centralità del Pd che, per quanto allargato a molti ex avversari del centro destra, affonda buona parte delle sue radici tra i popolari e la sinistra e rimane il perno del sistema politico italiano.

Il Pd è tutto fuorché un partito radicalmente tecnocratico alla Macron. Se non ci fosse il M5Stelle il Pd avrebbe per avversario solo il populismo lepenista di Salvini, troppo radicale per costituire una minaccia vera senza un’alleanza con la destra moderata. Ma c’è il Movimento 5Stelle che risponde a un’esigenza di cambiamenti radicali che non sono espressi secondo gli schemi di estrema destra nella quale il nostro popolo dal fascismo in poi non ripone (per fortuna, mi si lasci dire) fiducia.

I pentastellati sono critici dell’attuale sistema e delle alleanze internazionali, ma prendono le distanze dal fascismo e dalle discriminazioni razziali; si rivolgono a un elettorato giovane o non rappresentato dai partiti tradizionali; sono ambientalisti. Allo stesso tempo non sono disposti ad abbandonare i tradizionali valori di democrazia e anzi li rilanciano secondo nuovi modelli forse ancora utopistici, ma sicuramente alternativi.