Noro, l’artista che sfidò la Vicenza bigotta del ‘900

Con la fierezza del suo carattere andò in contrasto con la società che l’avrebbe voluta, in quanto donna, ridotta ad un ruolo secondario

Negli spazi di Antichità la Galleria ad Alte di Montecchio Maggiore s’inaugura il 20 maggio una mostra in omaggio di Nerina Noro, con opere pittoriche e grafiche provenienti da una collezione privata. L’iniziativa ha carattere speciale e non dovrebbe passare inosservata, avendo il merito di rivolgere l’attenzione ad una figura di spicco dell’arte vicentina del novecento, nota ben al di là dei confini di provincia. Formatasi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia con Virgilio Guidi e Bruno Saetti, sin dagli esordi negli anni Trenta la Noro, nata nel 1908 e scomparsa nel 2002, ha rappresentato l’eccezione, per l’originalità di molte sue scelte artistiche e per la fierezza del carattere, in contrasto con la tradizione codificata della società locale, che l’avrebbe voluta, donna, ridotta a un ruolo secondario, a dipingere composizioni floreali per il salotto di casa: un’eccezione indomita quanto sofferta, che le costa ancora oggi una sorta di damnatio memoriae da parte di parecchi vicentini.

Artista, e persona, libera e orgogliosa di esserlo, la Noro non ha infatti incontrato l’approvazione di una certa Vicenza timorosa e bigotta, chiusa nei preconcetti di genere e preoccupata soprattutto di ostentare turbamento per i seni nudi delle sue fragili figure femminili. L’hanno amata però i protagonisti di una cultura in rinnovamento, capaci di capire, insieme alla sua umana ricchezza, la complessità del suo impegno creativo, cogliendo i molti pregi spesi a piene mani nel dominio della pittura, dell’incisione ed anche della poesia dialettale, in un dialetto non di rado “reinventato” e di singolare efficacia. Nel variegato ventaglio delle sue opere pittoriche sono ammirevoli soprattutto i ritratti, spesso realizzati secondo la tecnica dell’affresco strappato appresa da Saetti e magistralmente riproposta più volte: ma altrettanto coinvolgente è l’incantata atmosfera delle sue acqueforti, giocose o malinconiche e sempre raffinatissime.

Il pennello indaga, il segno racconta. Con esemplare purezza sintattica l’artista inscena la vita, tradotta in immagini dai colori smorzati immerse in luminosità crepuscolari, quasi a voler evocare l’indicibile, o suggerita tra le luci e le ombre degli improbabili personaggi che popolano le pagine di grafica. Nerina Noro rimane perciò un nome di primo piano nella nostra storia dell’arte. I rapidi quanto confusi mutamenti del gusto che caratterizzano la cultura artistica del nostro presente non scalfiscono il fascino delle sue creazioni; la contenuta ma essenziale rassegna di Montecchio ne mette efficacemente in luce le peculiarità.