Ehi tifoso veneto, il calcio non è quello che credi tu

Vicentini disperati, padovani frustrati, bassanesi rassegnati: forse è meglio guardare in faccia la realtà

Tifosi del Vicenza disperati per la retrocessione della squadra del cuore e il rischio di fallimento della società. Quelli del Calcio Padova frustrati per la eliminazione dei biancoscudati al primo turno dei play off della Lega Pro. I bassanesi ormai rassegnati alle illusioni di una storica promozione in serie B, che ogni anno la squadra di Renzo Rosso alimenta e, in corso di campionato, puntualmente smentisce. Nel capoluogo della Marca la squadra erede del Football Club Treviso milita nel Campionato di Eccellenza, fra i Dilettanti. Una bella fetta dei tifosi veneti insomma è costretta a confrontare la propria passione con una realtà calcistica ben lontana da tradizioni sportive di cui si sente depositaria e custode oppure con attese senza fine di promozioni che non arrivano mai. Il vero tifoso però è tetragono ad ogni delusione, non vuole capacitarsi o addirittura si rifiuta di capire che il calcio non è più quello di quarant’anni fa.

Il vero tifoso è fermamente convinto che i moderni calciatori siano legati ai colori sociali come lo erano Giulio Savoini o Aurelio Scagnellato, tanto per ricordare due fedelissimi rispettivamente del Lanerossi e del Padova. E quindi non capisce come sia possibile che gli attuali suoi idoli non sputino sempre sangue in campo, come invece sarebbe ovvio aspettarsi da chi veste la gloriosa maglia biancorossa o biancoscudata. Prova a spiegargli che oggi per un calciatore cambiare squadra con frequenza annuale (o quasi) è normale, soprattutto in Serie B dove il ricorso ai prestiti è frequentissimo. Certo non poca responsabilità ce l’hanno anche loro, i giocatori, che non mancano mai di dichiarare nella conferenza stampa di presentazione: «sono venuto a Vicenza (o Padova, o Treviso, dovunque …) perché è una società dal grande blasone e il pubblico è unico in Italia». Il tifoso, che non aspetta altro che sentirsi dire questo, ci crede e così, davanti a prestazioni inguardabili o risultati sconcertanti, si crea il corto circuito.

Il vero tifoso poi ricorda che una volta la squadra era fatta prevalentemente da vicentini, padovani, trevigiani, da giovani del posto insomma, onorati di essere convocati e poi magari ingaggiati dal club del capoluogo. E allora si domanda: «ma i nostri ragazzi perché vanno giocare lontano da casa?». La colpa, si risponde, è del club. Ha ragione solo in parte però. Perché, se è vero che le società hanno quasi tutte smantellato i settori giovanili e preferiscono ingaggiare calciatori che provengono da ogni parte del mondo (la globalizzazione c’è anche nel calcio, altrochè), bisogna anche rendersi conto che quelle più strutturate hanno ovunque osservatori e accordi di collaborazione con i piccoli club del territorio e offrono ai giovani selezionati alloggio, istruzione, assistenza sanitaria e soldi. E le promesse se le portano in casa ben prima che la gloriosa squadra del capoluogo (che comunque non riesce a dar loro quanto ricevono dalle altre) riesca anche solo ad accorgersi che, in quel paesino, c’è un ragazzino interessante.

Il vero tifoso è convinto che il presidente del club debba essere un benefattore che spende i suoi soldi per far grande la squadra, che non bada a spese per centrare la promozione, che non ha problemi a caricarsi di debiti. E poi scopre che invece anche il nuovo presidente (aprioristicamente acclamato e applaudito al suo arrivo) è in realtà uno che fa i suoi conti e che, se può, cerca di guadagnarci pure qualcosa. Società di capitali? Show business? Il tifoso è come se non ne avesse mai sentito parlare, per lui il calcio è rimasto quello dei presidenti mecenati, sempre pronti ad aprire il portafogli. E dire che, solo nel Veneto, ce ne sono stati di fallimenti… Restano il Chievo ed il Vicenza immuni (finora) da questo tragico passaggio. Il tifoso però non se ne è accorto  e se il presidente non caccia i quattrini per far grande la squadra, è subito bollato come interessato, indegno, ben che vada tirchio. Il sistema calcio, bisogna dirlo, nulla fa per smontare le utopie dei tifosi. Che sono e devono restare lontani dalla realtà, consumatori pronti a spendere i propri soldi ed il proprio tempo per alimentare quello che ormai è solo un grande business.

(ph: businessnewsdaily.com)