Biennale Venezia, a farla grande sono gli eventi più piccoli

“Viva Arte Viva”: è questo lo slogan, suggestivo quanto vago, scelto quest’anno. Ecco una selezione dei più rappresentativi

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Capire che cosa sia la 57 Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia riuscendo ad orientatisi nel groviglio delle sedi istituzionali e non, all’Arsenale, ai Giardini e nella miriade di siti sparsi in tutta la città, è impresa difficile, quasi impossibile. Fino al 26 novembre, mostre, installazioni e performance si intrecciano e si rincorrono nel tentativo di dare una risposta allo slogan, suggestivo quanto vago, che le accomuna: “Viva Arte Viva”. Il quale risponde alle intenzioni della curatrice Christine Macel e agli obiettivi dal Presidente Paolo Baratta, basati sull’ottimismo umano e sociale, nel segno della vita e della riscossa dell’arte.

85 partecipazioni nazionali, 120 artisti da tutto il mondo testimoniano, nell’assoluta libertà dell’immaginazione e del pensiero, aspetti diversi della realtà, non prevalenti orientamenti estetici, non determinati movimenti artistici, ma dove va l’arte che vive o “vivacchia”, come ha dichiarato qualcuno, nell’età post-internet, in cui, se è vero che si ritorna alla figura dell’artista e al suo porsi davanti al fare arte, è assodato che il nomadismo culturale e il globalismo stilistico costituiscano da anni la caratteristica diffusa e la carta vincente. In ogni angolo della terra si dibattono infatti gli stessi temi con le stesse indifferenziate modalità.

Gli artisti affrontano pragmaticamente o concettualmente ciò che fanno nelle più comuni e banali attività quotidiane o quali sono le loro idee sul destino dell’uomo e della società, nell’illusorio tentativo di cambiare il mondo. È impossibile immaginare l’emergere di un linguaggio innovativo dell’arte tale da imporsi per la sua originalità nel campo dell’immagine, come fu, per esempio, l’affermazione della Pop Art americana alla Biennale del 1964, che ebbe universali conseguenze ma declinazioni differenti. La globalizzazione ha cancellato ogni legame con le avanguardie storiche, negando ogni processo di sviluppo delle arti, così come ogni distinzione di generi e di valori.

Le installazioni, che segnano la quasi totale sparizione dell’oggetto-quadro, offrono un carnet di materiali diversissimi, al servizio non di un’estetica ma di un’azione in bilico tra impegno e intrattenimento, tra affermazione e negazione. Insomma non vengono date più risposte a quello che l’arte è come disciplina autonoma, ma stimolo a percepire che cosa l’artista crea per alludere alla complessità dei problemi. Questi riguardano, nelle presente Biennale, una realtà in divenire, pongono interrogativi scomodi come guerra, terrorismo, migranti, catastrofi naturali, visioni apocalittiche.

«Abbiamo deciso – ha dichiarato il presidente Paolo Baratta presentando alla stampa la Biennale – non solo di rappresentare pedissequamente la realtà, va stimolata la capacità di comprendere la situazione. Abbiamo utilizzato quanto in nostro possesso, scappiamo dalla super-semplificazione: siamo all’inizio, non alla fine del ragionamento». Parole piene di buone intenzioni, che poco o nulla servono a capire quello che gli artisti hanno autonomamente realizzato negli spazi loro assegnati.

Il padiglione Italia, curato da Cecilia Alemanni – mi limito per il momento a considerare questo – è uno dei più centrati a rispondere alla domanda posta, dove il visitatore riconosce nelle immagini la natura dell’assunto. I tre artisti Roberto Cuoghi (Modena, 1973), Adelita Husni-Bey (Milano, 1985), Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979) non propongono, assecondando la linea della curatrice, una retrospettiva dell’arte italiana, basano la loro scelta espositiva su un progetto originale che ha il respiro ampio dell’invenzione sorretta da adeguati supporti rappresentativi.

Cuoghi legge il mondo e gli dà un senso lavorando sui processi di trasformazione dei materiali, rigenera corpi immobili e seriali creando immagini vive di forte impatto emotivo oltre che visivo. La Husni-Bey lavora sui temi dello sfruttamento del Pianeta e della nostra sopravvivenza sulla terra, e, utilizzando un gruppo di ragazzi, fa della dimensione educativa lo strumento per un linguaggio artistico radicale senza distinzioni di razza, genere, classe. Andreotta Calò realizzando un impressionante cantiere collassato, crea un’immagine-miraggio di una catastrofe imminente con chiaro riferimento alla sua Venezia.

Angela Vettese su Il Sole24 Ore ha fatto questa premessa alla sua recensione, da noi condivisa: «La vitalità della Biennale di Venezia non sta nella sua mostra centrale dove rivediamo da tempo mostre simili a quelle che si organizzano nei musei, e anzi spesso un po’ meno rischiose. Sono gli eventi collaterali, e spesso quelli non ufficiali, a fare grande e diversa la manifestazione». Elenco qui sotto quelli più interessanti e facilmente raggiungibili.

Isola di San Giorgio Maggiore
– Michelangelo Pistoletto. Installazione di specchi sospesi che formano uno spazio circolare e un dialogo con Robert Rauschenberg e Andy Worhol.
– Alighiero Boetti. Minimum/Maximum. 20 opere piccole e grandi dei cicli più rappresentativi, dai Ricami agli Aerei, dalle Mappe alla monumentale Estate 70, un rotolo di carta da parati lungo 20 metri, sul quale sono incollate migliaia di bollini autoadesivi colorati.
– Bryan Mc Cormack e Pae White con spettacolari installazioni.

Gallerie dell’Accademia
– Philip Guston. Omaggio al pittore statunitense innamorato dell’arte italiana. Allestimento prezioso e sobrio di 75 opere nell’ala palladiana. A condurre alla scoperta di Guston, classe 1913, sono 5 poeti da lui amati: D.H Lawrence, W.B. Yeats, Wallace Stevens, Eugenio Montale e T. S. Eliot.

Peggy Guggenheim Collection
– Mark Tobey. Omaggio al pittore statunitense poeta della “luce filante”. 67 opere dagli anni ’20 agli anni ’70. Considerato un anticipatore dell’espressionismo astratto, nel 1958 rappresenta gli USA alla Biennale di Venezia ricevendo il Premio Città di Venezia per la pittura.

Abbazia di San Gregorio
– Jan Fabre. Installazioni e sculture in vetro e ossa animali e umane per una riflessione spirituale e filosofica sulla vita e sulla morte.

Palazzo Fortuny
– “Intuition”. Mostra collettiva che intende cogliere l’atto creativo dell’artista nel momento iniziale della sua esplorazione. Dalle stele antiche antropomorfe ai lavori di Kandinsky, Klee, De Kooning, Mirò, Abramovic, Kapoor.

Museo Correr
– Shirin Neshat. “La casa dei miei occhi”. 55 ritratti fotografici dell’artista iraniana di persone residenti nelle varie regioni dell’Azerbaijan.

Cà Faccamon
– Mostra collettiva. Tra gli altri artisti il vicentino Antonio Riello. Con Vespe senza capo né coda ci mostra l’altra faccia del consueto.

Palazzo Grassi e Punta della Dogana
– Damien Hirst. 200 opere inedite dell’artista britannico che ritorna dopo sette anni a Venezia. In mostra i Tesori dal naufragio dell’incredibile, tra realtà e fake, tra miti e archetipi.

Ph: artslife.com

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