Matteo Fedeli, “l’Uomo degli Stradivari” in concerto a Treviso

Matteo Fedeli è tra i violinisti italiani più famosi al mondo. Ambasciatore della Cultura italiana negli Stati Uniti per il Ministero degli Esteri, è conosciuto anche come “l’Uomo degli Stradivari” e domani, martedì 23 maggio, sarà protagonista dell’evento “Violini Straordinari” al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso.

Maestro Fedeli, quando e come è nata la passione per il violino?
Mio papà era pittore e forse la mia passione per la musica si ricollega a questa sua vena artistica. Avevamo un pianoforte, anche se in casa nessuno suonava. Abbiamo cominciato io e mio fratello quasi per gioco. Poi ho iniziato a studiare violino a cinque anni.

Quanti concerti ha all’attivo?
Tra concerti, presentazioni, performance e audizioni siamo tra le 70 e 100 rappresentazioni all’anno. Il progetto degli strumenti antichi di Cremona è attivo da 13 anni, quindi siamo oltre i 100 concerti, forse anche un po’ di più.

Il suo soprannome è “Uomo degli Stradivari”, quanti ne ha suonati nel corso degli anni?
Ho utilizzato più di 20 violini appartenuti e costruiti dal sommo liutaio cremonese. In questi anni ho avuto modo di entrare in contatto anche con collezionisti che hanno altri strumenti importanti, appartenenti alle altre due celebri famiglie di liutai, che sono i Guarnieri e gli Amati. Inizialmente il progetto era rivolto esclusivamente agli Stradivari, mentre ora, nell’ambito del progetto Suoni d’Autore ho ampliato il raggio d’azione, per far conoscere anche le altre liuterie.

Si può quantificare il loro valore?
Il valore di mercato va da 1 a 10 milioni di euro, ma ci sono violini battuti all’asta per 20 milioni. Sono estremamente costosi e difficilmente un artista può riuscire a comprarli. Io ho avuto l’opportunità di suonare questi strumenti, tenendoli all’inizio solo per pochi giorni, poi per più tempo, dandomi modo di realizzare una programmazione più fitta e organizzata.

È ambasciatore della Cultura italiana negli Stati Uniti. Andrà in America anche quest’anno?
Probabilmente a luglio, impegni permettendo, riuscirò ad organizzare una serie di concerti, questa volta nel Sudest degli Stati Uniti: Florida, South Carolina e Texas.

C’è un concerto che più di altri porti nel cuore?
È difficile individuarne uno solo. Quando incontro i giovani è sempre un’emozione forte, che mi colpisce. Lo sguardo dei ragazzi, increduli nel vedere un pezzo di storia così antico, rimane fissato nella memoria e nel cuore.

Un aneddoto divertente o curioso che le viene in mente?
Uno dei primi concerti che ho fatto in America: alla fine dell’esibizione sono uscito di scena e poi sono rientrato per il bis. Quando sono uscito la seconda volta, alla fine degli applausi ho sentito il brusio delle persone. Ho sbirciato dalle quinte e il pubblico era già in piedi, pensando fosse tutto finito. La cosa mi ha spiazzato, ma poi mi hanno spiegato che era normale, perché quando dopo il bis il pubblico non richiama l’artista in scena, per rispetto. La sera dopo ho suonato in un’altra città e sono rimasto in scena. Ho fatto ben quattro bis.

C’è più interesse per la musica classica in Italia o in America?
Negli Usa c’è molto interesse per la cultura italiana. Anche perché l’America ha una storia recente, mentre qui siamo immersi nella storia e nella cultura. Per loro la musica classica è qualcosa di antico e sono più ricettivi. Al secondo brano si alzano in piedi, cosa che generalmente qui succede alla fine del concerto. È un modo diverso di esprimere le emozioni e questo mi ha colpito molto.

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