BpVi e Veneto Banca, la colpa civile: il conformismo del “territorio”

Per vent’anni che faceva stecca sul coro veniva emarginato. Ora se ne pagano le conseguenze

L’altro ieri, in centro a Vicenza, ho incontrato due amici, persone stimabilissime e stimate. Stavano andando in Banca Popolare a chiudere il conto e svuotare la cassetta di sicurezza. Ho pensato: se due come voi, con la vostra storia e le vostre relazioni, abbandonate la banca, allora è proprio finita, non c’è più speranza. Sono sicuro che, se gliel’avessi detto, mi avrebbero risposto: non ce ne importa nulla. Noto in giro una disaffezione profonda, una diffidenza assoluta. Dopo anni di fiducia cieca, o quasi, adesso c’è una sfiducia altrettanto cieca. E una specie di rassegnazione: vada come deve andare.

Se poi gli dici: non pensate ai dipendenti, alle loro famiglie? Ti rispondono: buoni quelli! Erano loro che ti facevano comprare le azioni, che ti assicuravano sulla loro parola che la banca era solidissima anche quando le crepe cominciavano a vedersi sempre più grandi. Tu pazientemente fai notare: guardate che rischiavano il posto di lavoro se si comportavano diversamente. Ti rispondono: per salvare se stessi inguaiavano noi senza remore e senza riguardi, e noi adesso dovremmo preoccuparci per loro. Non se ne parla proprio. Che poi, prima di licenziare qualcuno, anche Zonin doveva pensarci sette volte sette…

Morale: non si cava un ragno dal buco. E io mi domando: possiamo dargli torto? Tre anni fa, non dieci o venti, con la benedizione di Bankitalia, la Banca Popolare di Vicenza era vista come una banca di alto profilo, solida, in grado di acquisire altre banche in difficoltà. Anzi, Bankitalia si dimostrava indispettita quando le altre banche si mostravano riluttanti. Poi è arrivato Iorio, profumatamente pagato per rilanciare la banca. Era quello che voleva fare il padello a tutti. Così sicuro di sé da mettere dei limiti agli azionisti: sia mai che volessero sottoscrivere loro tutto l’aumento di capitale. Si è visto il risultato.

Ha un bel dire il sottosegretario Baretta: i veneti vogliono il fallimento delle loro banche. Cosa dovrebbero fare, ancora, i veneti? A chi possono credere, ancora? Sono corsi, 7 su 10, a prendersi i 9 euro di rimborso, meno di quell’80% ottimisticamente indicato dalla Banca, ma comunque tantissimi. Rinunciando a ogni causa legale. Non basta. Adesso bisognerebbe tirar fuori un altro miliardo. Ci hanno insegnato, ripetuto, quasi schernendoci, che la banca del territorio non esiste più, che siamo fessi e retrogradi a pensare a una cosa del genere. Ditemi allora per quale motivo gli imprenditori veneti dovrebbero mettere i loro soldi nelle due banche venete.

Infatti, giustamente, Fabrizio Viola ce lo fa capire: siamo nelle mani di Padoan, cioè, ancora una volta dello Stato. Ed è cominciato un complicatissimo gioco dello scaricabarile. Ognuno dà la colpa agli altri. Il fine è chiaro: se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Zonin accusa Sorato e arriva a denunciare, lui, la banca. Sorato accusa Zonin. I nuovi dirigenti accusano Sorato, Giustini, Piazzetta e … Zonin. Zaia accusa lo Stato e la Bce. Baretta accusa la Regione e i veneti tutti. Gli azionisti si chiamano fuori e non sanno più chi accusare, come se alle assemblee non avessero mai avuto diritto di voto. Intanto Cappelleri indaga, indaga, indaga e non accusa nessuno. Hanno tutti ragione, meno di tutti Cappelleri.

In realtà le colpe sono diffuse, specifiche e diseguali. La colpa più grave, però, non economica ma civile, è quella di un’intera comunità che si è lasciata abbacinare, ipnotizzare, cloroformizzare, plagiare per vent’anni senza opporre alcuna resistenza, anzi disprezzando quei pochi che osavano “disubbidire”. È esattamente questo l’atteggiamento che, alla fine, conduce alle catastrofi come quella che stiamo vivendo.