A Bonn, verso la COP23 sul clima. Purchè non siano solo parole

Molti temi importanti ma la salute fatica ancora a trovare spazi concreti nei negoziati

Partecipare a conferenze come quella sul clima tenutasi a Bonn dall’8 al 18 maggio è come essere risucchiati da un vortice. Eravamo circa 4 mila. La congiura delle sigle e degli acronimi. Piroette a ricercare sulla mappa il labirinto delle stanze in cui esperti e politici dibattono parlando di emissioni, finanza, agricoltura, uso della terra, urbanizzazione e trasporti.  Tutto insieme. Tutto in velocità. Tutto interessante. Gira la testa. Qualcosa, comunque, stona. In un mondo come il nostro sempre più interconnesso, e per una questione come quella ambientale che necessariamente abbraccia, contaminandolo, ogni aspetto della nostra vita, al tavolo delle discussioni siedono in tanti. Eppure, un grosso assente c’è.  «Siamo uomini, siamo fatti di natura, a meno che qualche casa farmaceutica non ci abbia sintetizzato», mi appunta un’accigliata rappresentante tedesca del ministero dell’ambiente. Traducendo: se il clima impatta l’ambiente non può che impattare anche l’uomo. Ed eccolo qui, il grande assente. Anzi, usiamo la giusta desinenza, che il nostro anello mancante è femmina: si chiama Salute. 

L’incontro di maggio rientra a pieno titolo nel processo decisionale UNFCCC, ossia la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, e si inserisce come conferenza intermedia, volutamente tecnica, in attesa della più grande COP che quest’anno spegne la ventitreesima candelina declinandosi in COP23, prevista sempre a Bonn, il prossimo novembre. Nota interessante quella della presidenza scelta per l’evento, affidata alle Isole Fiji, uno degli Stati più severamente colpiti dall’innalzamento dei livelli del mare. Una decisione che fa ben sperare, vista l’attenzione che l’ambasciatrice figiana Nazhat Shameem Khan sta ponendo nei confronti del legame tra diritti umani e riscaldamento globale. Che possa essere un modo per spingere ancor di più i rappresentanti dei governi a occuparsi di salute?

Rallentiamo. Nel 1990, anno del primo rapporto tecnico dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico), l’insieme degli scienziati chiamati a portare le evidenze sul progressivo aumento delle temperature, sugli effetti che questo comporta e (essenziale!) sui risultati delle politiche atte a contenere il fenomeno, ad un tema come quello della salute non era dedicato nemmeno un capitolo. Oggi le cose sono cambiate, con un notevole incremento delle relative pubblicazioni, soprattutto nel corso dell’ultima decade. Gli stessi Paesi Membri dell’UNFCCC hanno una consapevolezza maggiore circa gli effetti sulla salute causati dalle variazioni climatiche e sulla necessità di agire. Un esempio, l’inclusione della stessa nell’Accordo di Parigi, un fondamentale passo avanti, perché per la prima volta il termine salute appare nero su bianco all’interno del testo. Precisamente, nel preambolo. Non solo, alla COP22 di Marrakech a fine 2016, alcuni Ministri della Salute e dell’Ambiente hanno firmato una dichiarazione congiunta per la riduzione di quei 12.6 milioni di morti l’anno dovuti all’inquinamento. Il punto, ora, è: tutto questo è abbastanza? Nella bozza del trattato di Parigi il termine health era presente anche all’interno degli articoli – che vincolano legalmente gli Stati. Resta una vittoria, ma il sapore è più amaro. Il rischio è che ci si fermi lì, come a stare sulla soglia di casa con lo spumante in mano quando dentro c’è chi attende per stappare.

Nel programma di Bonn si trovano qualche sparuto richiamo alla salute all’interno del Nairobi Work Programme, parte integrante dei negoziati e focalizzato sull’adattamento, un intervento nel corso delle interviste in streaming Facebook grazie al lavoro di Emily Rushton, infermiera e attivista, e un unico, seppur approfondito, evento ospitato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sui cosiddetti health co-benefits, i vantaggi sulla salute che conseguono ad un’azione politica di contrasto al cambiamento climatico (solo per citarne uno l’abbassamento dei livelli di CO2 con effetto domino positivo di diminuzione del rischio per le patologie respiratorie). Gli studenti di medicina e altre realtà della società civile hanno sottolineato l’importanza di non trascurare il tema salute all’interno dei negoziati. Fine. In sintesi, solo il Nairobi Work Programme rappresenta una chiara recezione politica dell’impegno in termini di salute. Il resto sono eventi essenziali, ma allo stesso tempo collaterali.

Una delle grosse sfide che si giocano sul piano decisionale riguarda gli impegni concreti che i Paesi dovranno presentare entro il 2018, tali NDCs (Contributi Nazionali Volontari). Inserire il tema salute all’interno di questi documenti avrà un ruolo cardine nel definire le scelte politiche dei prossimi anni. Già 140 Stati membri ne hanno presentato la prima versione, ma stando ad una prima analisi, il riferimento alla salute è da considerarsi ancora insoddisfacente. Gli ottomila piedi dei quattro mila partecipanti a ricorrere scalinate che sembrano roteare come quelle di Hogwarts, a inciampare sull’ingresso di un’aula gremita di cravatte, tacchi e biglietti da visita, dove si sono cacciati?