«Banche, 80% crediti in sofferenza sono farlocchi»

Tra i 4 mila casi assistiti da Confedercontribuenti in Veneto storie di piccoli imprenditori rovinati. E disperati

C’è un altro sommerso, oltre al “nero” dell’economia: la zona d’ombra della finanza, le vittime delle banche. E no, questa volta non stiamo parlando del crac delle ex popolari venete, ma di meccanismi illeciti in cui incorrono tutti gli istituti di credito, legati al superamento del tasso soglia d’interesse, altrimenti noto come usura.

Alfredo Belluco ne ha fatto la lotta della sua vita: padovano, fotografo in pensione, da presidente regionale di Confedercontribuenti ha esaminato 4 mila casi, di cui 3200 a contenzioso («il pagamento per i nostri servizi», tiene a precisare, «avviene a risultato ottenuto»). Parte da una recente dichiarazione del governatore leghista Luca Zaia, per far capire di cosa stiamo parlando: «dopo i soldi, i Veneti perderanno anche la casa».

Molti beni che finiscono in pancia alle banche creditrici, infatti, sono gli immobili, quella casa bene primario e così centrale per la famiglia italiana. «Il problema di Zaia, con cui ho un rapporto… di odio-amore», spiega, «è che dice la malattia, ma non la cura, che è una sola: mettere sotto esame tutti i rapporti bancari, la maggior parte dei quali oscilla dai 5 ai 300 mila euro». La carne viva di chi lavora, dipendente o imprenditore che sia.

E allora vediamoli, questi casi. C’è la cooperativa edile di Conselve costretta a licenziare nove lavoratori per far fronte ad uno scoperto di 140 mila euro con Banca Antonveneta Montepaschi di Siena, che ha perso la causa e ha dovuto risarcire con 180 mila, per un totale di oltre 300 mila euro. Il presidente della società, Gianfranco Simonato, parlava così il 2 febbraio 2016 al Mattino: «pure in difficoltà si lavorava ma gli interessi ci strozzavano e la banca continuava a chiederci di rientrare dallo scoperto. Poi abbiamo capito che nei calcoli degli interessi c’era qualcosa che non andava. Abbiamo intentato causa nell’aprile 2014 e non speravo di certo di vedere ristabilita la giustizia in soli 18 mesi».

Quella volta si è conclusa bene, ma lo stesso imprenditore ha altre cinque cause simili in piedi. Ma c’è purtroppo chi deve passare attraverso un calvario personale, per arrivare a ottenere il riconoscimento delle proprie ragioni. Un’imprenditrice di Padova, ad esempio, ha visto raddoppiare in tre trimestri il proprio debito con la Banca Popolare di Verona, poi Banco Popolare, ma «alla fine si sono arresi», racconta Belluco riferendosi all’istituto oggi Banco-Bpm, «anche perché se continuavano a chiedere il recupero li avrei denunciati per estorsione». Il nome della donna non lo fa «per rispetto, ha vissuto sotto psicofarmaci, stava molto male».

Per due fratelli di Galzignano Terme, Corrado e Sandro Lunardi, invece, l’esito è stato più gramo. Titolari de L’Altra Frutta Snc poi fallita, nel 2009 erano già riusciti a far condannare in sede civile (usura con un tasso massimo del 58,98%) la Banca di Credito Cooperativo dei Colli Euganei, e già dal 2007, fino ad oggi, sono sopravvissuti senza un reddito fisso, «vivendo di lavoretti». Il prossimo 21 giugno ci sarà la terza udienza del processo per usura aggravata in concorso al tribunale di Padova, che coinvolge anche la Cassa di Risparmio del Veneto e tre direttori di filiale.

Questi, tuttavia, sono casi-limite. Lo spartiacque con la normalità è però labile: «emergono quando la situazione è già precipitata», sottolinea Belluco, «perché molti purtroppo si vergognano: è come se avere un debito fosse una colpa». E sovente cadono in depressione. Anche molto forte. Come Gianfranco Muzio: padovano, era giunto, come ci dice lui stesso, «a pensare ad un gesto estremo». Titolare di un’impresa di impianti d’allarme con 35 addetti e vari brevetti, era fornitore delle stesse banche. Che pagavano quando volevano, ma prefatturavano a fine anno anche lavori mai fatti. Oltre ai «titoli-spazzatura», la montagna di interessi e commissioni non lecitamente pattuite accumulate nel tempo hanno finito con strangolarlo, fino al fallimento nel 2011. «Ma se la Camera di Commercio e le associazioni degli imprenditori avessero informato per tempo, almeno nel 2004-2005, dell’anatocismo (gli interessi sugli interessi, ndr)», interviene Belluco, «forse si sarebbe potuto evitare, in quanto dalle perizie risulta creditore di circa un milione di euro dalla banche».

E’ andata peggio di tutti al costruttore edile Giovanni Schiavon, della Eurostrade90 di Peraga di Vigonza: il 12 dicembre 2011 si è suicidato. Qualche mese fa, ad aprile, la notizia: le banche ora trattano. Secondo il tribunale di Padova, infatti, avrebbero applicato tassi usurari, la commissione di massimo scoperto e l’anatocismo. «Anche qui», attacca Belluco, «se l’ente camerale avesse segnalato l’anatocismo anziché inserirlo nella “raccolta usi”, di fatto avallandolo, forse non sarebbe accaduto quel che è accaduto».

Secondo Belluco, il grande scoglio da superare alla base, per così dire, è la mancanza di informazione: «faccio un esempio per capirci: se io ricevo un fido di 100 mila euro e ne utilizzo 10 mila, nell’arco dell’anno la banca applica mille euro moltiplicati per tre voci: spese, commissioni e interessi. In tutto, fanno 3 mila euro, il 30% di quei 10 mila. Ma secondo Bankitalia ho ricevuto il denaro al 12%. Se gli interessi sono ovviamente al 10%, le altre due voci, secondo Bankitalia che io accuso di concorso in usura, sui 100 mila euro, rimanendo quindi sotto la soglia massima prevista dalla legge che non è mai stata più del 20%».

Obiezione di fondo: ma le banche che affermano di aver sostenuto l’economia e ora si trovano con crediti in sofferenza, cioè con debitori insolventi, non dicono il vero? Belluco si scalda: «In generale certo che i fidi vanno restituiti, ma se la banca li ha sovraccaricati di oneri, spese e commissioni non dovute, allora i contratti sono invalidi. E non sono dovuti interessi, spese, commissioni e anche l’assicurazione se obbligatoria». Diventa nero, invece, nel commentare le dichiarazioni del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che ha calcolato in 20 miliardi di euro la zavorra di sofferenze (Npl), non ritenendole tuttavia una bomba a orologeria: «gli Npl delle banche sono falsi e farlocchi almeno nell’80% dei casi per i motivi esposti. Abbiamo già denunciato Paolo Zabeo e la Cgia di Mestre per diffusione di notizie false, tendenziose ed esagerate e faremo lo stesso per Ignazio Visco e la Banca d’Italia».

Per l’italiano (e veneto) della strada, come si dice, il conto è purtroppo molto più terra terra. Ed entra in gioco il fattore, si sarebbe detto una volta, di classe: chi ha cifre sopra i 500 mila euro, può contare su grossi commercialisti, mentre i piccoli non sono tutelati. Per questo, Belluco ha protestato contro la Regione Veneto per aver dato visibilità solo al servizio di supporto psicologico InOltre, e non anche alla sua associazione: «non vogliamo soldi, ma solo che venga diffuso il nostro numero verde, per far capire che dalle banche ci si può e ci si deve difendere».