Industria Onirica: «contro la musica usa e getta»

La band cantautorale veneziana: «Appariremo dei novelli Donchisciotte, ma non è detto che non riusciremo a vincere quei mulini a vento»

Va di moda la musica usa e getta: i talent show esprimono bene la velocità con cui gli idoli musicali oggi vengono sostituiti. C’è pure chi non si rassegna e confeziona un prodotto dal gusto ricercato. Un esempio sono gli Industria Onirica freschi dell’uscita del loro singolo Grattacieli, che anticipa di qualche mese la vendita di Inganni, il loro primo LP. Formatasi all’incirca tre anni fa, la formazione veneta ha vinto nel 2014 il Veneto Rock Contest classificandosi in prima posizione; e da qualche tempo apre i vari concerti de La scapigliatura, un duo indie emergente sulle scene musicali italiane, e di altri artisti. Ci spiega tutto il cantante, il veneziano Bruno Sponchia.

A settembre esce il vostro primo album, Inganni. Un titolo che sembra a prima vista banale…
Ma non lo è. Non si parla di storie d’amore, come molti titoli di altre canzoni o raccolte possono far pensare: solitamente il concetto dell’inganno è collegato a questa idea. Qui no, perché entriamo nella sfera onirica, del sogno.

Del sogno?
Certo, e la prima traccia dell’album ne è la prova: Prima di dormire, infatti, è l’unica in cui possiamo trovare una sorta di narrativa; perché proviamo a raccontare i momenti che subito precedono il momento del sonno. Il resto delle canzoni, invece, sono diversi flussi di coscienza, proprio come quando sogniamo. Per farti un paragone, Impressioni di settembre della Pfm non ha una storia: sono strofe che stanno bene anche da sole. Ma assieme ci danno questi affresco di settembre che Mogol e Mussida hanno voluto regalarci.

Come in Grattacieli, non c’è un fil rouge che lega le diverse strofe.
È una canzone particolare e non solo perché è un flusso di coscienza, senza un “senso generale” dietro; è un brano utopico: racchiude desideri e speranze irrealizzabili. E c’è anche una forte denuncia, a mio avviso, dietro.

Quale sarebbe?
Non vediamo più la bellezza: il degrado l’ha divorata, l’ha cancellata. E noi abbiamo chiuso gli occhi di fronte a questo olocausto culturale, perché ci faceva e ci fa comodo. Guardati attorno, ci sono davvero troppe poche persone che si accorgono di questa morte.

E quale sarebbero queste speranze irrealizzabili che hai accennato?
Il ritornare umani, ad essere gentili con gli altri; ad essere più buoni; ad assaporare la bellezza che fino a un momento fa ci circondava, e che ora ci è nascosta o ci è stata distrutta mentre noi rimanevamo apatici e amorfi. Non sono convinto che possa esserci un “ritorno alle origini”.

Perché?
Perché nessuno vuole perdere tempo. Altrimenti non si spiegherebbe la facilità con cui si vendono le canzoni composte da versi-slogan, che hanno un impatto nel breve periodo perché sono dei bei giochi di parole, ma senza un’opportuna ricercatezza del significato da parte di chi l’ha scritta. Quel verso colpisce perché è esteticamente bello. Non per quello che dice. Come pensi che abbiano fatto a “sfondare” lo Stato sociale o Le luci della centrale elettrica?

Perdonami, non capisco: perché tu e gli Industria Onirica lottate e proponete un tipo di musica che oggi non si ascolta più, con il rischio di passare inosservati e perdere in partenza?
Noi crediamo ancora testardamente nell’uomo, in un suo risveglio da questo torpore in cui ci stiamo trovando da troppo, tempo. Non rinunciamo a lottare, a cantare, a scrivere testi forse meno popolari ma più pensati e belli: se ci fermiamo ora, abbiamo perso la nostra battaglia. Appariremo dei novelli Donchisciotte, ma non è detto che non riusciremo a vincere quei mulini a vento. Almeno una volta.