Terrorismo ingiustificabile. Ma nemmeno noi siamo innocenti

Viviamo una condizione di tribalismo metropolitano e virtuale, paurosi di perdere il nostro benessere. E raccogliamo quel che seminiamo

Attentati, panico, paura, rabbia, vendetta: le fragilità del mondo stanno emergendo nel momento in cui avevamo raggiunto il culmine della nostra potenza economica, culturale e militare. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e il successivo rapido affermarsi del modello occidentale in tutto il globo, gli Stati Uniti hanno creato sempre più guerre e prepotenze.

Ora non possono sorprendersi – né lo possiamo noi europei, fedeli alleati – di essere ripagati con la stessa moneta. Le nostre città sono indifese come lo erano le città romane che per secoli non costruirono mura confidando sulla pax romana. Allo stesso modo abbiamo costruito città e organizzato una società basate sulla presunzione che non ci sarebbero stati più conflitti. E se ci fossero stati, sarebbero stati combattuti da aeroplani e bombe, satelliti e droni piuttosto che da persone.

Da una parte siamo riusciti a eliminare la guerra sui nostri territori: in Europa da oltre settant’anni e negli Stati Uniti da un secolo e mezzo. Dall’altra, viviamo nella società che Ulrich Beck ha definito “del rischio”. Le città e l’intero mondo sono fragili perché esposti all’inquinamento, a black-out elettrici o informatici che creano enormi disagi, a un traffico di persone e merci dove i morti si contano come nei bollettini di guerra, ma da cui dipende la sopravvivenza. La salute è migliorata mediamente, ma viviamo nel terrore del cancro e delle epidemie; non abbiamo più fiducia nella scienza.

In Occidente domina la cultura della paura di perdere il nostro benessere e di essere travolti dall’ignoto, qualsiasi cosa crea panico perché siamo diventati codardi. In altre parti del mondo, per converso, s’è formata la cultura dell’odio e della vendetta, dell’invidia e della frustrazione, di un coraggio barbaro e di un disprezzo della vita. Le bombe occidentali – in parte prodotte da operai iscritti alla FIOM in Val Trompia e che contribuiscono al benessere di tutti – cadute sugli ospedali, le scuole e i civili in Iraq, Palestina, Afghanistan hanno seminato terroristi in un terreno già di per sé fertile.

Lo disse persino Giulio Andreotti (che non era certo una testa calda): «se fossi nato in un campo profughi palestinese, oggi sarei un terrorista». E poiché milioni di persone arrabbiate e umiliate non possono combattere con gli aeroplani, ci combattono con i mezzi che hanno. Sono ingiustificabili e incivili i loro metodi; ma lo stesso Trump ha dichiarato esplicitamente (e ingenuamente, se non stupidamente) in un’intervista che «nemmeno noi siamo innocenti».

I nostri spazi e la nostra società – città di milioni di abitanti con anonime periferie sterminate – non sono difendibili dal terrorismo diffuso e spontaneo. Se lo volesse, il terrorismo organizzato potrebbe fare molti più attentati di quanti non ne faccia ora e renderci la vita davvero grama seminando un panico che finora è stato tenuto sotto controllo. Non è così difficile nascondersi nelle tetre periferie o tra i meandri del web, inaccessibili foreste di Sherwood a cui le intelligence non possono accedere. Se questo ancora non succede è perché in qualche modo i terroristi organizzati tengono relazioni diplomatiche parallele con i governi. Ma se la situazione sfuggisse di mano – ed è possibile poiché la follia collettiva ricorre spesso nella storia – avremo guerriglie urbane quotidiane.

Le nostre sterminate metropoli erano adatte a società pacifiche dove il controllo era garantito da culture uniformi di massa e da strutture socio-politiche capillari. Oggi viviamo una condizione di tribalismo metropolitano e virtuale che ha sostituito città formate da individui soli in una massa al più suddivisa in classi sociali. Se dunque le metropoli sono ingovernabili, le città piccole e medie, ancora numerose nel Veneto e in gran parte d’Italia e d’Europa sarebbero meno soggette ai rischi di terrorismo. Il condizionale è d’obbligo poiché non se ne ha coscienza e si parla ancora di grandi aggregazioni ed economie di scala per essere competitivi – non si sa poi con chi e dove? – anziché concentrarsi sulle periferie abitate da individui soli e allo sbando trasformandole in comunità di relazioni umane significative che ancora resistono in molti nostri quartieri.