Inchiesta su BpVi, speriamo passi tutto a Milano

Il procuratore generale Condorelli parla tardi. L’ex procuratore di Vicenza, Fojadelli, a sproposito. E quello attuale, Cappelleri, non agisce contro Zonin e gli ex cda

La situazione delle due banche venete, con il susseguirsi di colpi di scena, continua ad essere preoccupante. Specie per le recenti decisioni della magistratura, e mi riferisco alla Procura di Vicenza nella persona del suo capo, Antonino Cappelleri, che decide di battere un colpo, chiedendo al gip di autorizzare un sequestro di beni per 106 milioni di euro, a carico della Popolare, dell’ex Sorato e del suo vice Giustini. Dopo quattro mesi, tempo stigmatizzato da Cappelleri come troppo lungo, il gip autorizza sì il maxi-sequestro, ma aggiunge che per quanto riguarda l’ostacolo alla vigilanza la competenza è della Procura di Milano (visto che la Consob, che ha l’obbligo della vigilanza, ha sede appunto a Milano). Capelleri, come è noto, reagisce con un comunicato di durezza per lui inconsueta, nel quale definisce abnorme la decisione del gip che, comunque, aveva pur concesso il sequestro. E presenta ricorso in Cassazione. Questione opinabile: secondo uno specialista di procedura penale, il prof. Alberto Camon, la decisione del gip è corretta. Domanda: come si può ritenere responsabile l’istituto, che esiste e funziona solo attraverso i suoi amministratori, i soci e personale vario? Se ci sono state, e questo è acclarato, responsabilità plurime, queste vanno ascritte a tutto l’ambaradan gestionale, con le dovute proporzioni dovute al ruolo di ciascuno.

Coup de theatre: Gianni Zonin non appare come responsabile di ostacolo alla vigilanza. E nemmeno gli ex cda. L’uomo ha presieduto tutto e tutti per quasi un ventennio, ha cambiato direttori generali a seconda del loro grado di flessibilità alle sue richieste, ha ricevuto remunerazioni dalla banca a livello di un amministratore delegato, si è liberato di quasi tutti i suoi beni personali e, nei suoi riguardi, non c’è alcuna richiesta di sequestro. E neppure verso gli altri che erano nel massimo organo decisionale della banca. Arriverà, forse, ma la sensazione pubblica è di delusione completa. Il procuratore Cappelleri che nel suo comunicato si preoccupa delle aspettative dell’opinione pubblica, non credo abbia esatta percezione di quali pensieri attraversino le menti delle migliaia di persone coinvolte nel default. Attendiamo con ansia le decisioni della Cassazione, che dovrebbe offrire una corsia preferenziale ad un ricorso in un caso così importante, delicato e di larga portata. Decidesse che, almeno per l’ostacolo alla vigilanza, Milano è ok, bisognerebbe esserne lieti. Le competenze del procuratore Greco & C sono proverbiali. Se poi, passasse tutto a Milano (in foto il Palazzo di Giustizia), ne esulterei addirittura. Credo superfluo spiegarne il motivo.Ma

Ma poi, da Venezia, un secondo ed improvviso rombo di tuono si è abbattuto sul caso BpVi. Condorelli, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Venezia, venerdì 3 giugno ha rilasciato un’intervista al Corriere Veneto dove dichiara che i magistrati di Vicenza «subiscono ancora gli effetti dell’oggettiva inerzia di chi li ha preceduti». Ombre sulla Procura di Vicenza di fine anni ’90 e inizio 2000 (procuratore Fojadelli) che sarebbero alla base dell’odierno scontro tra inquirenti e giudicanti. A voler essere gentili, qui si percepisce solo un vago sentore di verità. Dire che in quell’epoca ci fu un’oggettiva inerzia della Procura è cosa che confligge con i documenti che il dott. Condorelli ha sicuramente nei suoi archivi. Non ultimo quello con il quale il sostituto procuratore generale, Pisani, nel marzo 2003, ad un atto di interposizione di appello della Procura Generale di Venezia contro la sentenza n. 64/2003 del 29 gennaio 2003 nei confronti di Glauco Zaniolo e Giovanni Zonin, così stabiliva: “si chiede quindi che la Corte d’Appello di Venezia, in riforma del’impugnata sentenza, voglia disporre il rinvio a giudizio di Zaniolo e Zonin avanti al Tribunale di Vicenza perché rispondano dei reati loro rispettivamente ascritti previa correzione dell’imputazione subA che deve intendersi quale violazione dell’art. 2622 c.c.”. Mi spiace che il Procuratore generale Condorelli faccia queste considerazioni, pur apprezzabili, solo ora, allo scadere del suo servizio. Anche il pm esclusivo per Treviso e la proposta dei tribunali metropolitani sono cose utili alla magistratura, ma perché non farle prima quando già la situazione richiedeva buone idee e interventi puntuali?

E veniamo ora all’ex procuratore Antonio Fojadelli. I suoi alti lai contro le parole del procuratore Condorelli, rilasciati sul Corriere del Veneto l’altro giorno, dovrebbero servire a far emergere la sua totale correttezza di comportamenti all’epoca. Lui sulla Banca Popolare di Vicenza indagò, ma in quegli anni non c’era alcun reato. Vorrei sapesse, l’ex procuratore di Vicenza, che tutti gli atti presentati dai ricorrenti e le varie determinazioni della Procura e dei gip sono stati fatti esaminare da me e dalla mia associazione Vicenza Riformista da fior di giuristi e da stimati suoi ex colleghi e che non c’è stato uno che abbia condiviso le sue argomentazioni (qui un approfondimento di VVox, con la storia di quel che processo che finì archiviato, ma con vari magistrati che si contrapposero alle richieste di archiviazione). Affermare, quindi, che non c’era nulla di rilevanza penale è, come dire, azzardato. C’è infine una sua affermazione che sembra proprio non vera: «La prima inchiesta su Popolare di Vicenza fu aperta dai miei uffici nei primi anni 2000, sulla base di una relazione della Banca d’Italia che non parlava di “operazioni baciate” né di ostacolo alla vigilanza». Scherzi della memoria, forse. Il capitolo Zonin e Zaniolo si aprì solo il 10 marzo del 2001 con l’esposto presentato in Procura a firma Alessandro dalla Via, Luigi Arena, Andrea Rizzato e Angelo Perin e assegnato all’allora pm Tonino de Silvestri (all.1 fascicolo 1973/01 r.g.). Dopo un certo periodo, si disse allora per divergenze sul modo di condurre le indagini, il fascicolo fu avocato da Fojadelli.

Che altro dire? Chi scrive presentò a suo tempo, con un gruppo di altri cittadini, due esposti alla Procura Generale di Venezia segnalando i tempi lunghi dell’indagine e altre perplessità che erano emerse al riguardo. Non avemmo alcuna risposta. Ora il capo a Venezia dice che le colpe dei padri ricadono sui figli e che i pensieri difformi tra inquirenti e giudicanti risentono delle mancanze dei padri di allora. Mi permetto di dissentire. Rispettosamente, ma non cambio idea.