Banche venete, ricatto politico europeo all’Italietta

L’Ue tiene alla corda il governo Gentiloni (e il suo sponsor Renzi) sulla disperata ricerca di capitali privati. E il Veneto subisce

La gaffe confessata da Fabrizio Viola sugli effetti del bail-in per Banca Popolare di Vicenza (e la gemella Veneto Banca) è il meno. La situazione, questa volta, è seria ed è anche grave. Siamo non all’ultimo miglio, ma all’ultimo metro. Le due ex popolari venete stanno per morire, e solo la garanzia sull’ultima emissione di bond le sta tenendo artificialmente in vita. Il proprietario, cioè le banche (e in misura minore, lo Stato tramite Cdp) riunite in Atlante, hanno detto basta. Gli ex soci hanno acconsentito in stragrande maggioranza al rimborso dietro impegno a non fare causa, ma le procure di Vicenza e Treviso traboccano di azioni legali, e la magistratura dovrà allestire maxi-processi, coi tempi monstre tipici della giustizia italiana. I correntisti che non sono già scappati stanno scappando ora.

Il piano di pesante risanamento preparato da Viola (rischiano il posto più di 5 mila dipendenti) è appeso alla trattativa fra il governo Gentiloni e la Dg Comp, la direzione generale sulla competitività dell’Unione Europea, guidata dall’ormai famigerata Margrethe Vestager. L’Europa pretende che sui 6,4 miliardi di nuovo capitale previsti da Viola, 1,2 venga messo da privati. Perchè il resto dovrebbe invece mettercelo lo Stato italiano (4,7 miliardi per l’esattezza, perchè un altro c’è già come acconto 2016 da Atlante, e quel che rimane verrebbe dalla conversioni di obbligazioni subordinate in azioni), e si sa quale è la filosofia economica di Bruxelles: meno Stato, più mercato. Abbiamo voluto il liberalismo? Ora ce lo sorbiamo tutto. Oggi Maurizio Crema sul Gazzettino rivela che Palazzo Chigi starebbe bussando nuovamente alla porta di Intesa e Unicredit per prendersi sul groppone le due moribonde: impresa su cui si sta lavorando in queste ore.

Il fatto è che questa condizione palesemente ricattatoria è tutta e solo politica. E lo si evince dalla tempistica. Il dossier Monte Paschi di Siena, per esempio, è aperto da mesi, e solo ora si sta chiudendo. Ma la pratica banche venete giunge proprio nel periodo che potrebbe precedere elezioni anticipate in autunno o, se le cose dovessero andare più per le lunghe con interventi-tampone, potrebbe riaprirsi giusto in tempo per la scadenza elettorale naturale, l’anno prossimo. In ogni caso, una spada di Damocle sulla testa del governo e dei partiti che lo sostengono, primo fra tutti il Pd. Da questo punto di vista, allora, la strada di violare regole e diktat europei pur di salvare i due istituti con un esclusivo e totale aiuto di Stato potrebbe essere la meno politicamente costosa, quanto meno a breve termine.

La procedura d’infrazione, infatti, intimerebbe all’Italia di farsi restituire i 4,7 miliardi pubblici girati a Vicenza e Montebelluna, facendo scattare la vigilanza della Bce che potrebbe addirittura toglierli dai bilanci. Un colpo gravissimo, ma che si avvertirebbe dopo. Intanto, si prenderebbe tempo. Per far ciò, il ministro Pier Carlo Padoan dovrebbe emanare un nuovo decreto-legge per derogare al decreto-legge del dicembre 2016 che lega gli aumenti di capitale al semaforo verde dell’Ue. Una mossa che repelle a Padoan, restìo a disubbidire alle autorità europee, ma che molto italianamente potrebbe essere l’escamotage per non aggirare le nostre stesse leggi. E che almeno costituirebbe una nuova base di partenza per trattare con l’Ue, magari puntando alla soluzione accettata da quest’ultima per la Caixa General de Depositos portoghese e spuntando una cifra più bassa, 6-700 milioni, rispetto al miliardo e passa richiesto dalla Ue. 

Arrivati sul ciglio del burrone, col rischio di buttare nel cesso più di 10 miliardi di bond, di far saltare 30 miliardi di fidi veri, di lasciare a casa 12 mila lavoratori, di dare una botta tremenda alle aziende sane facendone crollare il gettito fiscale, con due banche che, a differenza dello spagnolo Banco Popular comprato a 1 euro da Santander, sembrano non avere più mercato, forse è il caso che il nostro sgangherato Paese dia prova per una volta di essere, occasionalmente, una Nazione. Che difende il suo Popolo tramite il suo Stato. E questo discorsetto con le maiuscole, che vanno usate con parsimonia ma qualche volta vanno usate, va rivolto soprattutto all’azionista di maggioranza del governo, ovvero Matteo Renzi, che ha adombrato un piano tedesco contro le nostre banche, e più volte in passato ha battuto i pugni sul tavolo, protestando contro l’Europa in nome della dignità nazionale. Li ha solo battuti, però. Il tavolo, attorno al quale decidono signori che ben sanno chi comanda (cioè la Germania e i suoi interessi finanziari e industriali), ha continuato e continua a decidere nonostante le pose da duro dell’ex premier.

Altrimenti, se chi ha il compito istituzionale di tutelare parti del proprio territorio e una fetta importante della propria economia non è in grado o non vuole farlo, significa che il nostro non è uno Stato, la nostra non è una Nazione, e noi non siamo neppure un Popolo che sa farsi rispettare nei confronti dei propri governanti interni, nè coi nostri padroni stranieri. E allora la liquidazione (che ricade sempre sulla testa di qualcuno anche se è “ordinata” ) diventerebbe l’esito logico, fisiologico e anche, purtroppo per noi, meritato. Purchè sia chiaro: Pantalone, che alla fine paga sempre, allora deve pagare anche per i poveracci sul lastrico, non solo per le banche. E il suo ennesimo soccorso non deve equivalere al colpo di spugna sui responsabili di questo scempio.

(Ph. Johannes Jansson / Wikipedia)