Padova, tre scenari post-elezioni. Da brivido

Campagna elettorale piatta e senza nessuna idea forte. Ci vorrebbe un altro sindaco Crescente

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So bene che guardare le cose di oggi con gli occhi del passato può essere fuorviante, ma so anche – per mestiere – che il passato fornisce sempre utili indicazioni alla comprensione del presente. O, meglio, che la conoscenza della storia recente di una città arricchisce il background di chi briga il mandato elettorale per governarla. Da questo punto di vista è un peccato che nessuno dei candidati alle amministrative di Padova abbia potuto leggere il bel libro, fresco di stampa, di Paolo Giaretta (già sindaco del capoluogo euganeo, e poi senatore della Repubblica) e di Francesco Jori (già vice di Giorgio Lago al Gazzettino, ed ora editorialista dei quotidiani locali del gruppo L’Espresso), intitolato “La Padova del Sindaco Crescente (1947-1970)” e pubblicato dalla casa editrice Il Poligrafo.

Già, perché la lunga sindacatura dell’avvocato Cesare Crescente (1886-1983), entrato in politica all’inizio del ‘900 nelle fila del Partito Popolare Italiano e poi della Democrazia Cristiana, andò ben oltre l’emergenza della ricostruzione postbellica. Essa infatti si propose lucidamente la costruzione di una nuova identità urbana che superò il secolare profilo mercantile della città, dandole il respiro di moderno centro industriale in grado di concretare, grazie al suo crescente ruolo finanziario e al progressivo emergere di un terziario al servizio delle imprese manifatturiere, quella “Milano del Veneto” in cui un accattivante slogan giornalistico riassumeva il Piano Regolatore (ancorché in parte stravolto) di uno dei più apprezzati urbanisti dell’epoca, Luigi Piccinato, il contrastato ma alla fine vincente avvio della Z.I.P.-Zona Industriale di Padova e la rottura dell’impianto medievale di una parte significativa del centro storico.

Crescente fu in sostanza l’artefice di una Padova nuova, protagonista per svariati decenni di una centralità non solo regionale, ma nazionale: grazie anche al ruolo fondamentale giocato dalla Camera di Commercio di Padova, guidata dal matematico Mario Volpato, nella realizzazione del sistema informatico di tutto il sistema camerale italiano, cui poi si ispirarono altre rilevanti esperienze consortili di calcolo elettronico.

Sì, quella lunga sindacatura diede a una città periferica, ancorché sede della seconda più antica Università italiana, un profilo che la proiettò nel novero delle città-leader del paese. Un ruolo, tuttavia, che da tempo è venuto meno, complice anche la vicenda di Banca Antonveneta, sino al 2005 settima banca nazionale: dopo essere stata più volte scalata per l’essersi dissolto il sindacato di blocco di blasonati quanto insipienti imprenditori, vocati più a interessi di bottega che a logiche di sistema, essa – come è noto – si è dissolta nel dissesto di Monte Paschi di Siena.

Anche se Padova conserva ancora lo smalto di quella grande piattaforma logistica, localizzata in Z.I.P., attraverso la quale passa ancor oggi gran parte dei traffici italiani con l’Est Europa, pur diminuiti dall’autolesionistico embargo nei confronti della Russia, è sulla costruzione di una nuova identità in grado di vincere le sfide del nuovo secolo che i padovani ritenevano dovesse giocarsi la competizione tra i tre principali candidati sindaco: Bitonci, Giordani, Lorenzoni.

Così non è stato, o – almeno – ciò è avvenuto solo in parte. E con affermazioni di principio, e quindi “ideologiche”, più che con l’indicazione di strumentazioni atte allo scopo. Prendiamo, ad esempio, il candidato indubbiamente più innovativo, ovvero quello di Coalizione Civica, il prof. Arturo Lorenzoni, titolare della cattedra di Economia dell’Energia nell’Ateneo patavino. Date le sue specifiche competenze tecniche, un elettore avrebbe potuto aspettarsi una decisa priorità al risparmio energetico, poi necessariamente accompagnato da tutto ciò che riguarda la complessità (e quotidianità) del governo cittadino. Il che sarebbe stato, almeno, una indicazione strategica.

E invece no. Il suo programma è costituito dalla suggestiva declinazione in undici punti della città che Coalizione Civica auspica: dalla città “da coltivare” alla (immancabile!) città sicura, un refrain di tutti i candidati, a Padova come altrove; da una città “che si innova, che educa ed impara” a una città “da abitare” a quella, conclusiva, che “sa stare assieme”. Tutti punti ben articolati nelle proposte che li sottende, e che delineano una sorta di città ideale, ma tutti sottratti a una realistica indicazione dei costi per portarli a compimento e della compatibilità con le ristrettezze di un bilancio comunale sempre più risicato causa i ripetuti tagli operati nel tempo nei trasferimenti dal governo nazionale alla periferia.

Per carità, i programmi degli altri due competitori sono ancora più disarmanti nella loro genericità. Ma la cartina di tornasole della non concretezza di quello appena riassunto sta in una affermazione di Lorenzoni riportata da Il Mattino di Padova di ieri 8 giugno, là dove egli afferma che «molti non hanno capito che oggi lo sviluppo lo fai con il software, non con l’hardware. In parole semplici: realizzare parcheggi in centro […]in questo momento storico è come installare cabine telefoniche all’inizio degli anni ’90, quando stanno per arrivare i cellulari». Parole più che condivisibili nel medio periodo, ma inefficaci a gestire l’esistente.

Già, perché un pubblico amministratore può, anzi deve progettare il futuro, ma al tempo stesso deve governare il presente: e l’esempio dei cellulari non regge, perché le cabine telefoniche rimasero pur sempre al loro posto, e molte furono sostituite con altre più moderne, fino a quando la rete cellulare non riuscì a coprire tutto il Paese e, soprattutto, fino a quando l’elevato costo dei primi apparecchi non si abbassò rendendoli accessibili alla gran massa degli utenti. Certo, la domanda di mobilità non deve essere necessariamente risolta con i parcheggi, ma può essere affrontato con un più efficiente e generalizzato servizio di trasporto pubblico: che è tuttavia oggi incompatibile con le drammatiche ristrettezze di bilancio dianzi richiamate.

Concludendo, c’è da chiedersi quale sarà la risposta dei cittadini a una campagna elettorale dal profilo sostanzialmente piatto, in cui non è emersa – nemmeno nel pur lodevole sforzo di Lorenzoni – alcuna idea forte in grado di creare una nuova identità della città, e di galvanizzare parti significative dell’elettorato. Una campagna, peraltro, in cui la competizione tra lo schieramento moderato costruito dal Pd attorno a Sergio Giordani e quello di “sinistra” guidato da Lorenzoni è talora degenerata – e non per colpa dei due candidati – in polemiche pretestuose, ed anche di pessimo gusto quando vertevano sulle condizioni di salute dell’ex Presidente di Interporto e sulla sua (per ovvia cautela medica) non partecipazione ai confronti diretti con gli altri candidati.

Tre mi appaiono i possibili scenari che si prospettano domenica, o meglio quando a notte inoltrata ci sarà l’ora della verità. Il primo, che confido non si realizzi, consiste nella vittoria al primo turno di Bitonci, premiato più che dal voto di destra da quello moderato che ha vissuto la sua irrituale defenestrazione come un “golpe di palazzo” della vecchia politica. Un esito che rappresenterebbe un fallimento epocale per il Pd e per la sua ondivaga dirigenza che, proprio per intercettare il voto moderato, si era inventata la candidatura Giordani.

Il secondo scenario potrebbe vedere un Bitonci lievemente in vantaggio su Giordani e Lorenzoni. Chiunque dei due vada al ballottaggio potrà contare solo su una parte dei voti dell’escluso, e l’esito finale dipenderà da una rimodulazione in termini di maggior concretezza della propria proposta programmatica e dal ricollocarsi dei molti voti che al M5S arriveranno, temo, per default.

Il terzo scenario è che al ballottaggio con Bitonci arrivi invece il M5S, forte di un voto di protesta trasversale. Si aprirebbe una fase ancora più incerta, ed inedita: in quanto non riesco a vedere un voto di sinistra che si sposta compatto sugli odiati grillini pur di impedire il ritorno del leghista a Palazzo Moroni. Il che comporterebbe una impennata nel numero di chi non si presenterà alle urne. In questo caso vincerebbe Bitonci, anche con molti voti già appannaggio del moderato Giordani. Sì, sono tre scenari da brivido. Spero di sbagliarmi.

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