Verona, non cambierà niente. Tranne una cosa: la fine dell’era Tosi

Era partito bene, poi ha ceduto al delirio di onnipotenza. Ma nessuno degli altri candidati può veramente fare la differenza

A Verona, l’unico fatto certo è che dopo il voto di domenica, e nemmeno dopo il successivo verosimile ballottaggio, nulla cambierà. Lo status quo cittadino, basato su poteri forti contrapposti, ma troppo deboli per essere singolarmente dominanti, resterà tale quale. O Franza, o Spagna, o Sboarina o Salemi, centro destra o centro sinistra, per i veronesi la musica non cambierà: troppo deboli i candidati, troppo vuote e prive di vera capacità innovativa e persuasiva le alleanze. Insomma una consultazione elettorale, come capita spesso in Italia, che non modificherà di un solo iota la pessima situazione a livello di responsabilità politiche e gestionali. Almeno fintantochè il bel giocattolo, che è Verona, che è l’Italia non si romperà, con tutte le conseguenze del caso.

Queste elezioni, tuttavia, una cosa nuova la diranno sicuramente. L’era Tosi è finita. Il decennio segnato dalla predominanza cittadina di quest’uomo nuovo, giovane, di professione politico, scarpa e modi non raffinati, ma di intelligenza e personalità certamente superiore a tutti i suoi concorrenti, nato leghista e finito democristiano della più bell’acqua, si chiude. Si chiude un po’ mestamente, non perché il teatrino di mandare in sua vece la fidanzata sia un gesto da dittatore sudamericano o filippino, ma perché alla lunga, anche in una nazione e in una città abituata a non chiedere troppo ai propri politici, volare bassi, troppo bassi alla fine non rende.

La gente non ama i sognatori certamente, fatica ad entusiasmarsi per una politica fatta solo di grandi progetti, ma in pochi anni si stufa di una guida senza prospettive, di una gestione del potere per il potere, di una occupazione spregiudicata del bene pubblico, riservata agli amici e al massimo estesa ai loro amici. Tosi, come capita spesso in questo casi, scompare dalla politica per eccesso di realismo, o meglio per quella forma di iperattaccamento (presunto) alla realtà, che poi diviene superbia, presunzione e distacco dalle esigenze reali della gente. Tosi, e in cuor suo lo sa bene, è stata l’ennesima delusione della politica, il caso di un uomo che aveva le potenzialità per dare molto alla sua città, se fosse rimasto fedele al suo fiuto per le esigenze della gente, e non avesse finito per confondere l’approvazione con il consenso, il potere di decidere con l’autorevolezza.

La sua vicenda politica a un certo punto ha preso ad assomigliare troppo a quella dei dittatorelli sudamericani, che si fermano ad ammirare la propria grandezza e onnipotenza, scordando che è ottenuta solo grazie a una cintura di sicurezza, a un’atmosfera di finta condivisione, realizzata con le veline e spesso le brutte maniere degli addetti stampa, la connivenza dei giornali e i comuni interessi materiali di molti partner occasionali. E queste cose la gente, alla lunga, le capisce. Ora su questa storia scenderà la parola fine, Flavio Tosi uscirà di scena, anche se il tosismo non se ne andrà in pensione per sempre.

Infatti, sia nel caso che il prossimo sindaco sia la professoressa Orietta Salemi, oppure sia l’avvocato Federico Sboarina, la musica non cambierà. Anche se la signora che ha accettato di prendere il testimone di Tosi dovesse arrivare al ballottaggio (cosa che non credo), la sostanza non cambierà. Verona avrà un nuovo sindaco e in breve tutti si affretteranno a cercare di condividerne il potere, rafforzandolo. Nessuno dei candidati ha il desiderio reale, le capacità politiche e personali di cambiare il volto di Verona. Nessuno si sogna più lontanamente di eliminare ogni forma di mala gestione pubblica, di cui sono stati offerti troppi esempi; di agire mettendo al primo posto l’obiettivo di fermare l’evidente declino economico, culturale e politico della città. Di fare piazza pulita di ogni conflitto di interessi, molto diffusi in città. Di mettere in riga i potentati locali e soprattutto di tornare a vedere e a realizzare i bisogni reali della gente.

I veronesi sanno tutto questo, anche se ancora non lo urlano a gran voce, quanto lo capiremo meglio dalle percentuali dei votanti. Questa la realtà, questo oggettivamente lo scenario più verosimile e razionalmente più probabile. Ma siccome siamo degli inguaribili ottimisti, irrazionalmente, non escludiamo che un Dio benevolo voglia prima o poi guardare queste nostre terre bellissime e possa far spuntare fiori da un terreno che oggi è ancora così arido.

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