Montanari, il decalogo dell’ovvietà

Le proposte dello storico dell’arte danno un importante contributo: all’approssimazione della politica culturale in Italia

Parafrasando il Don Abbondio dei Promessi Sposi mi domando se i Comuni la cultura “se la possano dare”? A Tomaso Montanari, storico dell’arte e divulgatore di cultura, frequentatore dei grandi media, della politica (sinistra) e dei Ministeri, sembra di sì. Così che dà indicazioni ai sindaci per promuoverla. Il primo problema (una tragedia) è che alcuni candidati inesperti potrebbero credergli, immaginando che un sindaco venga investito da poteri taumaturgici tali da creare da solo la “cultura” in una città. La cultura è un fatto collettivo e arcano a meno che non la si confonda con spettacoli, eventi e mostre. Che sono più business che cultura.

Il secondo problema è che Montanari propone esattamente il contrario della politica culturale. Lo storico dell’arte fa una lista di strumenti noti e ovvi che qualsiasi sindaco di paese aveva già pensato di inserire nel suo programma elettorale. Ci si aspetterebbe qualcosa di più da chi si considera talmente esperto da scrivere nientemeno che un Decalogo, come quello consegnato a Mosè sul Sinai. Si fosse limitato a chiamarli “suggerimenti” sarebbe stato più che sufficiente.

Montanari comincia affermando che il sindaco deve costruire “spazi e momenti liberi dal mercato” mettendo strutture pubbliche a disposizione dei cittadini che sanno “costruire” cultura. Già la parola “costruire” (il lessico rivela più o meno consce origini materialiste) solleva dubbi in relazione all’idea di cultura e di politica. Va bene offrire gli spazi pubblici, ma la cultura deve rimanere un fatto privato fuori dai condizionamenti, altrimenti è cultura di Stato, l’opposto dell’idea di cultura nella democrazia liberale.

Il quarto comandamento ritorna sull’idea di “costruire” ascoltando “chi sa cos’è la cultura”, cioè “chi la produce”. A parte quest’enfasi sul “costruire e produrre”, che contraddice palesemente l’esordio del Decalogo in cui Montanari afferma di volersi porre fuori dal mercato, uno si domanda chi sarebbero coloro che “sanno” cos’è la cultura? E chi li sceglie? E la cultura la si può davvero “produrre”?

Seguono poi altre proposte commoventi quali invitare un giovane artista e un giovane ricercatore semplicemente a vivere nella città. Una politica culturale la possono fare le università invitando cento ricercatori stranieri all’interno di progetti concreti. Ma questo richiede tempo, esperienza e capacità amministrativa. Secondo il Decalogo poi si vorrebbero finanziare (ma con quali soldi?) “orchestre giovanili di musica classica” per farle suonare “nei quartieri più degradati con maggiori problemi di inclusione”. Già si immagina come, dopo avere ascoltato il Preludio di Tristano e Isotta eseguito in una baraccopoli da ragazzini di buona famiglia e bene educati, gli spacciatori e le prostitute, i disoccupati, gli zingari e i potenziali jihadisti si abbraccino commossi e la pace e la legalità tornino grazie alla cultura di Montanari.

Piuttosto, la cultura musicale al pari di quella artistica e sportiva, si possono promuovere facendo sì che tanti giovani abbiamo accesso a scuole private che le insegnano visto che la nostra scuola pubblica burocratizzata non li offre. Sarebbero necessari corsi di lingue e poi lasciare che questi semi germoglino senza voler programmare l’imprevedibile.

Un sindaco esperto, e quindi conscio dei propri limiti, può operare positivamente promuovendo un’educazione civica e civile aperta entro la quale tutti siano chiamati a esprimersi. Certo, anche favorendo le associazioni (ma quali?) e le iniziative brillanti e inedite. Per il resto (mostre, eventi, manifestazioni eccetera) non c’è pericolo che manchino i promotori che con queste iniziative pensano soprattutto a fare soldi. Che va benissimo, ma non c’entrano con una politica di crescita culturale la quale richiede considerazioni molto profonde. Il Decalogo dell’ovvietà è deleterio poiché non considera un approccio professionale e politico alla politica della (cosiddetta) cultura e ribadisce invece la deleteria condizione di approssimazione in cui versa la politica culturale in Italia.