Teatro della Cenere, l’enigma di Dioniso: «ritrovare lo spirito nel corpo»

La direttrice e attrice Scaccia e la Trilogia Pagana (a cui seguirà una Cristiana): «contro la disumanità virtuale, il qui e ora “sacro” del teatro»

«Il dio, il figlio di Zeus, si rallegra dei banchetti/ama Eiréne che dà ricchezza/la dea nutrice dei giovani./Al ricco, al povero/in eguale misura concesse/la gioia del vino ignaro di affani./Detesta chi non ha a cuore queste cose:/alla luce del giorno, nelle piacevoli notti/continuare a vivere nella gioia/e tenere il cuore e la mente, nella saggezza/lontani da uomini che oltrepassano il limite./Quanto la gente più umile/ritiene sua legge ed esegue,/questo io accolgo in me». Così Euripide nelle Baccanti, l’unica tragedia che parla dei misteri di Dioniso, la divinità aperta a ognuno ma adatta a pochi iniziati, democratica e aristocratica insieme, che porta a vivere il caos dei sensi per domarne la forza mortalmente pericolosa, giungendo così alla trasfigurante unione col divino nella contemplazione finale degli opposti conciliati (bene e male, bello e brutto, pieno e vuoto, vita e morte). E’ uno dei tre drammi, reinterprati e risceneggiati, che compongono la Trilogia Pagana (con Troiane e Cassandra), ideata, scritta e diretta dall’appena ventiseienne Marta Scaccia, romana di nascita, vicentina d’adozione, spiritualmente apolide d’elezione, attrice e direttrice del Teatro della Cenere. Che ha la particolarità, infatti, di nascere da un filo rosso molto personale, ricercato nel sostrato di varie religioni: «la religiosità greca antica, il misticismo sufi, il Libro di Giobbe nella Bibbia: è il sacro come spazio estatico», spiega lei, «e che poi è la visione di Dio che si trova nelle Baccanti. O in queste parole di T.S. Eliot nella Terra Desolata: “l’ardimento terribile di un attimo di abbandono che un secolo di prudenza non potrà mai ritrattare: per questo, e questo soltanto noi siamo esistiti».

Teatro quasi iniziatico, direbbe lo scrittore e autore teatrale Angelo Tonelli (alla cui rassegna a Lerici di quest’estate, Mythoslogos, la Scaccia e la sua compagnia parteciperanno). Un’esperienza che mira a superare la fruizione leggera, superficiale, d’evasione, tipicamente moderna, per lasciare traccia ad un livello più profondo: «come un fuoco che ha bruciato ma che infiamma ancora nella cenere». Il tramite è non l’astrattezza narrativa, ma la terra. Intesa nel senso letterale e più materiale del termine: la nuda terra, che rimanda alla parte più bassa, ma anche più viva, selvaggia e quindi vivificante della nostra interiorità. E’ così, almeno, che traduciamo le sue immagini: «è la dimensione della via, della strada, è andare verso il basso, verso il corpo, sprofondare nella carne. Che è anche spirito. E’ la bestemmia di Giobbe, superare il limite». Per poi trovarne uno più alto, direbbe il tragico euripideo. L’uomo comune potrebbe liquidare il tutto come raffinatezza un po’ snob di chi è troppo colto per lo spettatore medio. «Sì, me lo dicono», ammette, «ma si può anche non capire a livello intellettuale, perchè poi agisce un piano estetico, autonomi uno dall’altro. Se non si comprendono i simboli nell’azione dei corpi, essi però trasmettono comunque nell’inconscio». Un processo misterico, appunto. Influenzato da «discipline esoteriche e alchimia, a cui mi ha fatta avvicinare Davide Susanetti (professore di letteratura greca all’università di Padova, ndr)».

La compagnia nasce nel 2016 dopo il «distacco coi registi del Kitchen Teatro di Vicenza». Nel frattempo, avevano vinto un bando per le installazioni del centenario della Grande Guerra, con “Epifania dal fronte”. La Scaccia e l’altra attrice (e performer), Martina Camani, in quel periodo prendevano coscienza di «emergere come artiste autonome», e nel dicembre 2015 uscirono dal Kitchen. A far da guida, dando vita al Teatro della Cenere (di cui è presidente un’altra attrice, Elisabetta Luise) è la romana: «tutto nasce un po’ da me che sono la scrittrice del gruppo, visto che il mio ambito di specializzazione è la letteratura contemporanea e il pensiero mitico e simbolico». Professoressa di italiano, latino e storia alle superiori, si è laureata con una tesi su Giovanni Testori, drammaturgo e critico caratterizzato, non a caso, da una spiritualità cristiana vissuta con tensione tragica, tormentata, fatta più di dubbi che di certezze. «Dopo quella Pagana, mi dedicherò ad una Trilogia Cristiana. In mezzo, scriverò un’opera da portare in scena su Nietzsche», il filosofo che negli ultimi giorni di vita cosciente si firmava, unendo il pagano al cristiano, “Dioniso crocifisso“. Prossimo appuntamento, in ogni caso, a Villa Barbarigo a Galzignano, nel Padovano, domenica 18 giugno.

Percorso multiforme, dunque. In ogni direzione. Menadico, verrebbe da dire. Piccolo confiteor psicologico della Scaccia: «do a tutti, e ho il bisogno che qualcuno dia a me. Ma mi sono rassegnata a non avere un maestro. Come regista e sceneggiatrice, sono un’autodidatta». Il suo modo di lavorare è molto poco cerebrale: «scrivo per corpi precisi, per quello e quell’attore o attrice soltanto, e mi metto a scrivere dopo aver accumulato pensieri, di getto». Consapevole di scavare una nicchia all’interno di un ambito, il teatrale, che in sè è già di nicchia. Un mix di eroismo, snobismo e masochismo? «Tutte e tre le cose: è una sfida, “un tentativo da farsi”, come dice Testori. Il teatro obbliga ad essere qui e ora, a incontrare altre persone, in un mondo virtualizzato dove il corpo sta saltando. Ecco perchè il teatro in video non funziona: perchè è uno scambio di energie fisiche. Ed ecco perchè è uno scandalo: perchè trascina fuori dal solipsismo, è una pietra che rotola, la parola detta in pubblico». Una forma di resistenza alla modernità, suggerisce lo spiritello antimodernista. La Scaccia corregge: «no, vorrei atttraversarla, la modernità. Semmai è resistere alla disumanità, tornando alla radice». Tornando ad una percezione immediata e intuitiva che nella “strada dei molti canti” (come Parmenide definisce il suo viaggio verso conoscenza dell’Essere, e che dà il titolo ad un recente e scintillante libro di Roberto Baldini) si traduceva nella sapienza sciamanica dell’enigma. Incomparabilmente più elevata e vitale del nevrotizzante ed esangue razionalismo moderno.

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