Il settarismo suicida dei 5 Stelle

Per tornare a vincere il movimento fondato da Grillo deve imparare ad aprirsi. E a non trattare gli italiani come stupidi

La mazzata dei Cinquestelle è spiegata molto bene, con la consueta e impagabile ferocia, da Marco Travaglio sul Fatto di stamattina. La sconfitta mi dispiace, giacché concordo con il novanta per cento di quel che dicono (ma non sempre fanno) i Cinquestelle. Ma proprio per questo apprezzo doppiamente le critiche. Lascio agli ultrà la difesa cieca e demenziale dell’indifendibile.

Due cose mi hanno colpito: le ragioni chiave della batosta, almeno secondo me. La prima è la logica con cui Grillo ha cercato di risolvere il caso Genova: per spiegare l’annullamento delle primarie, Grillo ha semplicemente detto: “fidatevi di me”. La frase, semplicemente ignobile, vale il “lasciatemi lavorare” con cui B ci ha massacrati per anni. Ed è, nelle sue varie forme, il modus operandi con cui tutti, dai vecchi Dc ai leghisti fino a Renzi, continuano a considerare gli italiani: degli stupidi a cui è meglio non spiegare nulla, nascondere la verità e raccontare un sacco di balle. Che B usi questo metodo non mi stupisce: l’uomo non è solo un pessimo politico e un egoista senza pace, ma un criminale totale, che dovrebbe essere chiuso in cella di rigore, assieme a Riina, e frustato un giorno su due (sì, in questo caso sono leggerissimamente di destra).

È che la mia filosofia continua a essere quella dello zio dell’Uomo Ragno: da un grande potere derivano grandi responsabilità. Ai Cinquestelle vorrei dire: o vi fidate delle persone, cercando di farvi capire e di capire, oppure siete peggio dei peggiori. Punto e basta. Ma fidarsi non vuol dire assecondare gli istinti: vuol dire capire, ascoltare, spiegare, mediare. Il secondo punto, forse ancora più importante, è la chiusura a riccio con cui i Cinquestelle continuano a ragionare. Sembrano persi nelle glorie della grande politica, a lisciare le gote sbarbate a un Di Maio in cravatta che, più che a un premier, mi somiglia a un tristissimo bancario della Popolare.

Quando, due anni fa, il Pd vicentino rilanciò in pompa magna e a scatola chiusa il progetto dell’Alta velocità che voleva cancellare la stazione di Vicenza e tre quarti dei suoi binari, l’opposizione in città fu praticamente nulla. Così, assieme a un gruppo eterogeneo di conoscenti, fondammo Vicenza Centrale, associazione in difesa non solo della stazione, ma della logica. Combattemmo per mesi con incontri pubblici, studi, confronti, fino a vincere. Ovvero: si suicidarono loro, giacché il progetto non stava in piedi. Ma ci mettemmo del nostro.

Non vidi una sola volta la faccia di un Cinquestelle vicentino. Nemmeno una volta. E sapete perché? Me lo raccontò uno di loro, quando lo chiamai per chiedere spiegazioni: «resti tra noi: ne abbiamo parlato, ma si è deciso di stare a guardare. I commenti erano questi: mmmh, ma chi c’è dietro di loro? Mmmmh, c’è gente del Pd lì in mezzo… Non sono dei nostriNon mi piacciono quelle facce…». Questa è la logica di moltissimi Cinquestelle. Nostrani e non solo nostrani.

Il problema grosso è che bisogna fidarsi delle persone e un po’ meno di sé stessi e dei propri dogmi. Il sindaco Cinquestelle di Sarego (Vicenza) è stato riconfermato in quest’ultima tornata dopo quattro anni di governo. Un piccolo comune, tendenzialmente leghista, ma capace di fidarsi di lui. E perché? Perché Castiglion è una persona equilibrata, serena, aperta a tutti e capace di portare avanti le proprie idee con forza ma senza nessuna paura di mediare.

Ah, dimenticavo: è stato eletto soprattutto perché è bravo, non perché ha una bella faccia impeccabile per i manifesti e la televisione. No, a Roma non sarebbe proprio passato.

(post dal Facebook dell’autore)