Londra, l’incubo metropolitano che in Veneto (ancora) non c’è

La sicurezza urbana, messa in crisi da terrorismo e gigantismo, si ritrova recuperando una dimensione piccola, di relazione

Non si conoscono ancora le cause del grave incendio di Londra che ha fatto un numero imprecisato di vittime. L’ipotesi terrorista è molto remota anche se qualcuno l’ha subito sollevata a dimostrazione della condizione di panico in cui si vive. L’incidente ha dimostrato ancora una volta la sottovalutazione dei rischi che corriamo nelle nostre città. Se lo volessero, quanti incendi simili potrebbero appiccare con relativa facilità dei terroristi motivati negli enormi caseggiati delle periferie degradate, incontrollate e rabbiose? Quante autostrade, ferrovie, centrali elettriche e fabbriche di materiali tossici potrebbero sabotare? Se solo lo volessero non avremmo scampo.

Certo, si può dire che l’incendio ha avuto conseguenze catastrofiche a causa dell’incuria amministrativa e burocratica, nonché per le imprudenze dei residenti. Fosse successo a Napoli o Palermo si accuserebbe la sciatteria tipica degli italiani e naturalmente il governo. Le scene e le dichiarazioni dei londinesi non sono, tuttavia, dissimili da quelle che avremmo visto in Italia e in qualsiasi altra periferia urbana. Anche i portavoce dei comitati degli inquilini, i politici di quartiere, la gente comune intervistata, tutti si somigliano perché l’organizzazione dello spazio e della giungla suburbana è identica. E anche il livello di cultura e le sub-culture globali che si sono formate.

La caratteristica comune sta nella mancanza di identificazione degli abitanti con i luoghi e la mancanza di un collegamento con un governo di ampia scala (nazionale o cittadino). La conseguenza è il passaggio da una società moderna a un neo-tribalismo che nel migliore dei casi si manifesta in una protesta civile ma localista; nel peggiore in rivolte violente e organizzazioni anti-sistema; nella media in una sterile polemica, querula, contestatrice, disperata.

Resta il fatto che quel tipo di territorio – in cui vive una gran parte della popolazione mondiale – è oggi incontrollabile con i vecchi metodi ancora adottati. Eppure c’è ancora una parte del mondo in cui si può vivere abbastanza sicuri: sono le città medie e piccole dell’Europa Renano-Padanatra cui il Veneto – dove i livelli di reddito sono mediamente elevati e distribuiti in modo abbastanza equo. E dove permane una cultura locale ereditata dall’essere stati Comuni indipendenti o capitali di antichi Stati fino in era moderna.

Dal punto di vista materiale, nel Veneto sono rarissimi i grandi edifici di appartamenti nei quali potrebbero restare intrappolate centinaia di persone come a Londra. La concentrazione urbana della popolazione non ha del tutto svuotato i piccoli centri quali Camposampiero, Cerea, Thiene, Este eccetera, dove esiste ancora una vita di relazioni sociali legate al territorio. Quindi vi abita una società che non è costituita ancora di estranei e dove le organizzazioni territoriali svolgono qualche funzione. Non esistono (non esistevano) ghetti e in tutti i quartieri convive(va) un misto di classi sociali, di reddito e di stili di vita.

Questo equilibrio è fragilissimo e forse già inesorabilmente rotto. Stiamo facendo di tutto per accelerarne la fine applicando modelli di gestione e pianificazione urbana ferma agli anni della grande urbanizzazione quando si aspirava a un futuro metropolitano. C’è ancora chi parla di realizzare una grande area metropolitana veneta, di fare “Grande” Padova!

Forse l’obiettivo è imitare gli incubi suburbani di Londra, Parigi, Barcellona dove s’è trasferita una parte del Terzo Mondo che non riesce a integrarsi nella giungla di cemento dove sono possibili i grandi affari immobiliari e tutta la vita si basa sulla mobilità. Anziché pensare alla Grande Padova o a fare “grande” Verona, pensiamo a ricostruire una “piccola” Vigonza, un’Arcella che torni ad essere una comunità, un Salboro che diventi un municipio che si auto-amministra…