Soldato-vandalo Usa, scuse non arrivate: siamo i soliti sudditi

Scempio e oltraggio nel palazzo del Comune di Vicenza da parte di un “alleato”. La risposta è di prammatica e rende tutto il complesso statunitense di superiorità

Lo scorso 10 giugno, nottetempo, un soldato dell’esercito Usa di stanza a Vicenza scavalca il cancello della Loggia del Capitaniato, sede del Consiglio Comunale, e fa scempio dei modellini di navi militari esposti in una mostra sulle due guerre mondiali, organizzata dall’Anmi (Assocazione Nazionale Marinai d’Italia). Non si accontenta di fracassarli, ma ci defeca pure sopra. Beccato dallla vigilanza, nella fuga è stato preso dalla Military Police del suo Paese. Alla notizia, data da Matteo Bernardini del Giornale di Vicenza, è seguita la prevedibile furia delle autorità a difesa dell’onore della città offesa: «il responsabile non deve passarla liscia» (Achille Variati, sindaco Pd); «La comunità americana deve scusarsi, subito e con molta nettezza, per l’inqualificabile comportamento di quel suo soldato» (Jacopo Bulgarini d’Elci, vicesindaco, sul suo facebook).

Con calma, dopo quattro giorni e tre lettere di Variati spedite al console statunitense Philip Reeker, al comandante della guarnigione Steve Marks e al ministro della Difesa, Roberta Pinotti (Pd), arrivano le reazioni anche dagli amici Usa, sul GdV di oggi: «solidarietà alla città e alla Marina militare italiana… ben consapevoli del rammarico che questi atti inaccettabili hanno causato», ricordando, ci mancherebbe, che «ci avviciniamo al novantanovesimo anniversario della fine della Grande guerra e verso il settantesimo del Piano Marshall» (Reeker); «incidente deplorevole… continueremo a sostenere questo procedimento legale per assicurare un giusto risultato» (Marks).

Ricapitolando: un imbecille sfascia e caga su pezzi unici che rappresentano il passato di un altro esercito, casualmente di uno Stato alleato, i rappresentanti della comunità locale (ma perchè non chiamarla community, in ossequio alla lingua imperiale?) chiedono punizioni esemplari e le scuse immediate, per tutta risposta il diplomatico di turno secerne una gelida noterella di dispiacere in cui non chiede scusa ma si dice solidale (sic), e l’ufficiale sul posto, bontà sua, garantisce che sosterrà (come?) il processo che ci auguriamo tutti (tutti?) ci sarà e condannerà il teppista espletatore di bisogni su terra straniera.

Straniera? In teoria. Abbiamo più di cento insediamenti militari del fiero alleato americano sul suolo patrio, che dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo del nemico comunista non hanno più alcun senso, se non come conseguenza della Nato, che per la stessa ragione non ha più alcuna ragion d’essere (cit. Sergio Romano, non un pericoloso sovversivo). Dalle basi in Italia partono truppe che combattono sul campo o di supporto a droni che fanno strage di civili, fra cui bambini (i famosi “effetti collaterali), per i quali, pensiamo ad esempio a quelli afgani, non s’è più sentito uno straccio di Papa o guru del pacifismo (eccezion fatta per pochissimi come Gino Strada, che non è un guru ma uno che si fa il culo sul serio) spendere una sola parola, una sola.

I militari a stelle e strisce raddoppiati a Vicenza (do you remember Dal Molin, ribattezzata Del Din per fare lavaggio della memoria?) vivono all’interno dei loro fili spinati e dei loro villaggi, e restituiscono un po’ dei finanziamenti pubblici italiani (italiani, nostri, circa il 40%, grazie a quei santi accordi bilaterali degli anni ’50 che guai a toccarli) ai loro costi e spese con l’indotto di alcuni fornitori (ma non su tutto: parecchia roba se la fanno arrivare da oltre oceano) e con i dollaroni elargiti nei pub, dove si sbronzano come è sempre stato e sempre sarà, e nei lap dance per ricordarsi com’è fatta una donna. La città in cui vivo è un fulgido caso di sovranità espropriata in nome di un’alleanza atlantica che, complice l’inaffidabile Trump, ora ci verrà a costare pure di più, e che dimostra tutta la farsesca sudditanza dell’Europa, militarmente inesistente, a Washington. Insomma, siamo sudditi. E i nostri guerreschi amministratori dell’impotenza, che ogni 25 Aprile ci ammorbano con la retorica della libertà, tirano fuori il petto avicolo per un teppistello di strada?