Astensionismo pericolo per la democrazia? Falso

Se pensiamo a com’è vista la politica nel nostro Paese stupisce quante persone vadano ancora alle urne. Ma ricordiamoci: chi vota decide, gli altri delegano

Quando la Borsa perde, i giornali sparano: bruciati tot miliardi di capitalizzazione. Quando la Borsa guadagna, gli stessi giornali titolano: Borsa su dell’uno virgola. Così la gente si fa l’idea che investire in azioni sia un gioco pericoloso, da cui bisogna stare distanti, anche se, alla lunga, l’indice generale cresce.

Pressappoco la stessa cosa succede con i risultati elettorali. Quando c’è una buona affluenza, i giornali parlano di campagna elettorale al calor bianco che ha provocato la reazione dei cittadini. Quando l’affluenza cala, i soliti opinionisti denunciano a tutta pagina la crisi della democrazia e danno la colpa alla politica e ai politici. Anche se, a paragone con altri Paesi, la partecipazione al voto degli italiani rimane mediamente elevata.

Nel maggio 2014, alle elezioni europee, una consultazione non particolarmente coinvolgente, l’Italia si classificò al 5° posto, per affluenza, tra tutti i Paesi dell’Unione, dietro solo a Belgio, Lussemburgo, Malta e Grecia. Ma in Belgio, in Lussemburgo e in Grecia il voto è obbligatorio. Pertanto, tra i Paesi europei in cui il voto è un diritto, ma non un dovere giuridicamente sanzionato, solo Malta precede l’Italia. Da noi votò il 56,68% degli aventi diritto, contro il 48,10% della Germania, il 43,81% della Spagna, il 42,43% della Francia e il 35,40% del Regno Unito. Da non dimenticare che in Slovacchia, un Paese che dalla Ue riceve molti contributi, votò il 13% dell’elettorato. La media dei Paesi europei si fermò al 42,54%.

Pertanto, se di crisi della democrazia si vuole parlare, non è una crisi che riguarda l’Italia, ma tutta l’Europa e non solo. Solo da noi, però, c’è il vezzo di diffondere inutili allarmismi sulla sorte delle istituzioni democratiche, come se noi, chissà per quale motivo, dovessimo essere l’eccezione rispetto a un trend generalizzato che riguarda tutti i Paesi, più o meno.

È ben vero che nel nostro sostrato culturale è ancora presente, per inerzia, una concezione quasi sacrale del dovere del voto, risalente a quando ogni elezione era una scelta di civiltà, era decidere tra comunismo e Occidente, tra Est e Ovest. Era, in definitiva, la scelta se stare di qua o di là della cortina di ferro. Il voto, all’epoca, era obbligatorio per legge. E democristiani e comunisti si disputavano fino all’ultima scheda, portando al seggio anche i moribondi.
Ringraziando il cielo, quell’epoca è finita. E dal 1993 votare è un diritto, non più un dovere. La cortina di ferro, che per decenni ha spaccato l’Italia passando dentro i paesi, le contrade, le famiglie, è caduta. Finalmente anche noi possiamo decidere di non votare, senza il timore di un disastroso salto nel buio (Grillo permettendo).

Se poi teniamo conto del livello di credibilità e di gradimento cui si sono ridotti e abbiamo ridotto i partiti, con una martellante, sistematica e quotidiana opera di demolizione; se pensiamo a come è vista la politica nel nostro Paese; se abbiamo in mente come vengono presentate le nostre istituzioni; se abbiamo ancora il fegato di assistere a qualche talk-show, più simile ormai a uno scontro gladiatorio di urlanti piazzisti che a un dibattito politico; se pensiamo a tutto questo, dovremmo meravigliarci che così tanti cittadini sentano ancora il bisogno di recarsi alle urne.

Finiamola, quindi, di stracciarci le vesti perché crescono le astensioni. E abituiamoci all’idea che le campagne elettorali serviranno sempre meno a dividersi il bottino dei votanti e sempre di più a cercare di portare al voto quanti più possibile dei propri potenziali elettori. Quello, del resto, che succede già in America, dove lo sforzo maggiore dei partiti consiste nel convincere i propri elettori a iscriversi nelle liste elettorali. E, una volta iscritti, portarli ai seggi. Chi vota, decide. Gli altri delegano. E nessuno si scandalizza. E così ridurremmo, almeno, l’astensione per dispetto. Non facendo più effetto, uno il dispetto lo farà solo a se stesso.