«Piano per dismettere Npl, ma vertici BpVi e Vb ci snobbano»

Miazzo (Associazione Soci Banche Popolari): «in ogni caso bisognerà tagliare 5 mila lavoratori»

«Personalmente ho qualche dubbio che la situazione di stallo in cui versano Veneto Banca e Popolare di Vicenza si risolva in quattro e quattr’otto. Tuttavia mi sembra inevitabile che il miliardo di euro di origine privata a soccorso dei due istituti giungerà da grandi banche come Intesa e Unicredit». Gianni Miazzo, con un passato da alto dirigente industriale in una multinazionale della gomma, è uno che con conti e proiezioni ci ha campato una vita. Classe 1950, cittadellese doc, azionista di Veneto Banca colpito dal crollo delle azioni dell’istituto trevigiano, in questi ultimi anni ha messo la sua competenza a servizio della Associazione Soci Banche Popolari di cui è vicepresidente, uno degli svariati raggruppamenti che nel Veneto tutelano le ragioni dei risparmiatori colpiti dal rovescio delle due ex popolari.

Lei sostiene che non sarà tanto lo Stato ad intervenire con le due popolari quanto piuttosto un pool di altre banche. Come fa a esserne sicuro?
Capiamoci bene: stando a quanto ci dicono le autorità europee il miliardo serve per coprire eventuali perdite. I quattro-cinque miliardi di origine statale non possono essere impiegati per coprire buchi ma solo per il rilancio delle due banche. Ma senza un piano industriale di che rilancio parliamo? Io credo che stiamo navigando a vista.

Perché?
Facciamo finta che i cinque miliardi che servono a non far fallire le due popolari, libri in tribunale io bail-in poco importa, la Ue ce li regali domani con i due istituti i cui costi vivi sono maggiori delle entrate dove andiamo a finire? Sarebbe come tentare di tenere pieno un secchio sfondato con un bicchierino d’acqua.

Bisognerà intervenire anche con tagli al personale?
Sì, ci vogliono pure i tagli.

Con quali numeri in ballo?
Tra Montebelluna e Vicenza si parla di cinquemila persone. Facendo un conto della serva costano 7-800 milioni di euro all’anno. Ma chi li paga se la banca non ha incassi? Non sono cifre da poco. E ricordiamoci che stiamo parlando di persone in carne e ossa con i loro piccoli e grandi problemi. Però queste dipendenti non debbono essere lasciati soli. Ci vogliono scivoli pensionistici, ammortizzatori sociali. Bisogna contenere l’impatto.

E i consigli di amministrazione come si stanno comportando, in questa fase?
Bel quesito. Io mi domanderei anche se abbiano veramente in mente una strategia, un approdo.

Perché così scettico?
Basti vedere come i due board erano partiti lancia in resta con l’idea della fusione. Che poi, almeno a parole è voluta dal padrone dei due istituti ovvero il Fondo Atlante. Adesso invece di fusione non si parla più. Che cosa è successo nel frattempo? E che razza di azionista di maggioranza assoluta è quello che non riesce a far passare la sua linea ai due management? Delle due l’una: o regna la confusione più totale oppure ci sono altre ragioni ben nascoste.

Sarebbe a dire?
Potrebbe darsi che la situazione venga artatamente lasciata in stallo in attesa che in alto loco ci si metta d’accordo su quale grande istituto, nazionale o estero, possa inglomerare le due ex popolari o una di queste due, dopo che la sforbiciata al personale sarà cosa fatta, tanto per dirne una. Certo è che se nessuno avesse mai dubitato allora oggi le due banche sarebbero le migliori d’Europa mentre i vertici dell’era Consoli e Zonin sarebbero ancora al loro posto.

Altre ipotesi?
Un’altra ipotesi è che ci sia una strenua resistenza da parte di soggetti assai importanti che magari hanno avuto grandissimi affidamenti e che di fronte a un nuovo proprietario che vuole rilanciare la banca sarebbero costretti a rientrare dei denari prestati o di converso a passare guai finanziari di un certo peso. O più semplicemente Atlante, acquisito il pacchetto di maggioranza assoluta con l’obiettivo di fare comunque un buon affare, una volta aperti i cassetti si è accorto che aveva rimediato una sola. Ma a noi tutto è precluso. I cda non ci danno informazioni degne di questo nome. Tutto è indeterminato, tutto è sospeso mentre i veneti sembrano, mi si perdoni il bisticcio di parole, rassegnati alla rassegnazione. Nonostante tutto la nostra associazione alcuni mesi fa, e poi ancora in queste settimane una via di uscita aveva provato a metterla sul tappeto.

Di che si tratta?
Avevamo pensato a un progetto di massima in forza del quale, dopo una attenta valutazione nel merito, conferire una parte dei crediti non performanti, gli Npl, ad un soggetto societario terzo. Il quale come contropartita ai risparmiatori colpiti dall’annullamento del valore delle azioni dei due istituti, fornirebbe a questi ultimi degli warrant, che sono strumenti finanziari particolari che hanno la facoltà di poter restituire valore un po’ alla volta, di pari passo con la restituzione del debito ancorato agli stessi Npl.

Si però non si tratta dell’ennesima operazione a tavolino? Una architettura finanziaria senza possibili applicazioni?
Ma mi scusi, la banca vive sul fatto che qualcuno si fida dei suoi sportelli e ci lascia i suoi soldi: senza ricostruire un po’ di questa fiducia, in un Veneto in cui risparmiatori e correntisti spesso sono la stessa cosa, dove si va? E poi noi abbiamo approntato un piano serio, con la collaborazione di uno delle realtà più affermate in tema di diritto societario, ovvero lo studio Rocca di Milano. Perché mai non avremmo dovuto proporre, nel nostro caso per Veneto Banca, una soluzione, stante il dramma di questi anni, che comunque potrebbe trovare applicazione anche per BpVi?

Quali risposte ci sono state da parte del cda?
Nessuna, tranne qualche frase di circostanza.