Padova, Verona e Belluno, i futuri sindaci si segnino questo consiglio (comunale)

C’è una norma secondo cui i consiglieri nominati assessori si dimettono dall’assemblea. Che viene svilita. Ecco perchè

Se si parla davvero di partecipazione democratica si deve prima di tutto comprendere il significato e il funzionamento delle istituzioni rappresentative ed esecutive che nei Comuni sono il consiglio e il sindaco coadiuvato dalla giunta. Le istituzioni ufficiali possono essere integrate da assemblee, visite periodiche del sindaco nei quartieri; oppure dalle più istituzionali consultazioni popolari annuali e dall’assemblea civica che, accogliendo una mia proposta, il candidato a Padova Giordani ha dichiarato di volere istituire.

Oltre al sindaco – su cui si concentra l’attenzione – si elegge un consiglio comunale la cui composizione dipende dall’esito del ballottaggio. Nella legge vigente i poteri sono sbilanciati a favore del sindaco. I consigli comunali sono stati svuotati di importanza anche a causa del premio di maggioranza attribuito alle liste vincenti. La svalutazione della rappresentanza è già prevista dalla legge, ma la prassi che si è instaurata umilia ancora di più il consiglio.

Il consiglio è l’organo rappresentativo per eccellenza i cui membri e liste hanno raccolto voti sul territorio, in massima parte con contatti personali o tramite le reti di partito e dell’associazionismo. I consiglieri comunali dovrebbero avere autorità sufficiente – sancita dai voti di lista e preferenza – per controllare e giudicare l’operato del sindaco. Concentrando i poteri sul sindaco s’è pensato di semplificare il processo politico identificando un unico responsabile dell’amministrazione, ma ci si è dimenticati del rapporto con il territorio e la rappresentanza. Se si restituissero i poteri di rappresentanza al consiglio si ricostruirebbe un rapporto più diretto con i cittadini e si formerebbero meno comitati e vocianti proteste al di fuori delle istituzioni.

Spetta al sindaco nominare la giunta per la quale non è prevista la fiducia del consiglio (al contrario che per il governo di cui possono fare parte i parlamentari). La legge prevede che il sindaco nomini gli assessori in autonomia scegliendo persone di sua fiducia qualificate nelle deleghe loro assegnate. Quando la legge (1993) fu approvata si intendeva facilitare l’introduzione nell’amministrazione di persone competenti e colte, lasciando ai politici del consiglio comunale il ruolo di rappresentare i cittadini e di controllare il sindaco.

Raccogliere voti è diverso dal sapere amministrare. Per questo motivo, nei Comuni più popolosi, i consiglieri non possono fare parte della giunta. È contrario alla sostanza della legge che i sindaci nominino assessori quei consiglieri che hanno preso più voti di preferenza. Questa è un’offesa al consiglio comunale (oltre che all’intelligenza), ma purtroppo è una prassi comune contro cui si è battuto di tanto in tanto qualche partito, in modo particolare il Movimento 5 Stelle e in qualche caso persino il Pd.

Per fare gli assessori, i consiglieri si dimettono dal consiglio e ottengono la carica ben remunerata e gradita di assessore. Così facendo tradiscono i loro elettori perché vengono meno al ruolo di controllori del sindaco in cambio di una posizione fiduciaria e retribuita. Si aggiunga inoltre che un assessore nominato in virtù dei voti e non della competenza sarà sempre sospettato di avere un rapporto privilegiato con i propri elettori (singoli e associati) e non con la città nel suo complesso. Sarà sempre sospettato di essere di parte e quindi poco autorevole.

Inoltre il sindaco può licenziare gli assessori quando vuole; di conseguenza costoro devono essere obbedienti, altrimenti dopo avere lasciato (tradito) la rappresentanza dei loro elettori, perdono qualsiasi ruolo nell’amministrazione. Saranno perciò restii a dimettersi in caso di conflitto tra i loro elettori e il sindaco e troveranno tutte le giustificazioni per non farlo (cosa regolarmente successa.) In definitiva giurano fiducia al sindaco dimenticando di averla giurata a chi li aveva votati per controllarlo.

Se si dimette il consigliere che ha preso più voti di tutti, gli subentra quello che ne ha ottenuti molti meno ed è quindi meno rappresentativo, non avendo séguito né tra i cittadini né nel partito/lista in cui è stato eletto. Quindi il consiglio – che già conta poco nell’attuale legislazione – viene svilito e il sindaco può operare al di fuori del consenso popolare. Al più si può accettare che il vicesindaco si dimetta dal consiglio poiché si tratta di una posizione più politica dovendo sostituire il sindaco in caso di necessità.

Una parte della cattiva amministrazione dipende dall’erronea interpretazione della legge comunale e dal fatto che non si utilizza la norma per elevare la competenza della giunta e valorizzare il ruolo di controllo politico del consiglio.

(Ph: ancitoscana.it)