Pizziol faccia come Francesco: rinunci al palazzo vescovile

Come residenza per il vescovo di Vicenza, il seminario antico o la periferia non sembrano cattive idee

L’intervista che il vescovo Pizziol ha dato al Giornale di Vicenza il 19 giugno, in occasione del 6° anniversario del suo servizio pastorale nella diocesi berica, è importante. Se le domande, poi, fossero state un po’ meno genuflesse, sono sicuro che le risposte sarebbero state ancor più interessanti (si poteva chiedere, ad esempio, quale fosse l’opinione del vescovo riguardo al Festival Biblico appena concluso, sul suo esondare in altre diocesi e sui debiti che si porta dietro ora che la Banca ex zoniniana è definitivamente spiaggiata).

Ma veniamo alle cose importanti dette nell’intervista. Sulle 226 diocesi italiane quella di Vicenza è la decima per abitanti, per parrocchie (335), preti e religiosi. Mons. Pizziol ne loda la «forte tradizione religiosa e la spiccata sensibilità missionaria» e ne sottolinea la «straordinaria propensione alla solidarietà e al volontariato, e l’intensa devozione mariana» per non parlare «del dono di una ininterrotta catena di beati e di santi».

Tuttavia «la frequenza alla messa festiva si è stabilizzata su una media del 20 per cento del numero dei battezzati». Se questa è la raggelante situazione di una delle migliori diocesi italiane, che ne sarà delle altre? Ma è soprattutto quel “stabilizzata” che preoccupa. Anche se il vescovo non lo dice esplicitamente significa che se non si sprofonda, neppure si risale e si rimane aggrappati a quel 20 per cento di cui, secondo lo scrivente, almeno il 60 per cento è costituito da vecchi. Mons. Beniamino, però, pone l’accento sul fatto che oggi «si notano comunità più partecipi, più convinte, più legate a una dimensione di fede e di carità». Si incontrano cristiani che partecipano più per “convinzione” che per “convenzione”. Molti di meno ma migliori, pochi ma buoni insomma.

Il vescovo riconosce poi che un’altra delle criticità diocesane è la diminuzione dei preti e dei religiosi, problema noto e comune a tutte le diocesi (sorprende un poco che egli addebiti tale diminuzione alla sola «contrazione demografica», ma lo spazio di un’intervista non è certo quello di un saggio socio-religioso). Molto più stimolante quanto Pizziol propone per far fronte a tale realtà, cioè favorire la vita comunitaria dei preti: «Si tratta della proposta di una vita fraterna – egli spiega – non di un’imposizione, per far sì che i preti abbiano momenti comuni, come il pranzo, la cena, la preghiera. Sono molto utili perché ci sia dialogo e scambio di esperienze». Ne avevo accennato su queste colonne il 9 febbraio scorso e la proposta, quindi, non può che trovarmi del tutto consenziente e parimenti convinto che non sarà necessaria nessuna imposizione dall’alto perché è già una necessità dal basso.

Altrettanto condivisibile è la proposta di trasferire nel Seminario antico uffici e apparati ecclesiastici, rendendoli così più accessibili al pubblico. Inoltre il vescovo rivela che sta costituendo «un gruppo di persone, laici e sacerdoti, con il compito di valutare tutti i beni immobili della diocesi» per decidere «su cosa è necessario tenere a servizio della diocesi, e cosa invece non serve più».

Io sommessamente prego affinché venga ritenuto non più necessario l’attuale palazzo vescovile e che mons. Pizziol, per il quale «la persona di Gesù è il fondamento, il centro e il fine del mio pensare, del mio sentire e del mio operare» si trasferisca, sulle orme di papa Francesco, in una sorta Santa Marta berica (due stanze nel Seminario antico sarebbero una residenza perfetta, ma anche tre stanze in periferia andrebbero benissimo). Il tutto a confortante edificazione dei poveri e a severo esempio dei confratelli nell’Episcopato.