BpVi e Vb, svendita e bail-out con foglia di fico (Intesa)

L’ottimismo obbligatorio dice “salvataggio”. Il realismo clinico dice: paga Pantalone, e la banca “salvatrice” si pappa solo quel che le conviene

Demistificare. Demistificare. Demistificare. A costo di sentirsi accusare di volteggiare sulla carneficina, è questo che bisogna fare per capire – e far capire – cosa sta accadendo a Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca in queste ore. Banca Intesa le sta salvando? Non proprio. E’ il governo Gentiloni che sta occultando il cadavere di due istituti falliti, portandoli alla liquidazione. Uno dei quali, il secondo, ha visto pure certificare il decesso con la sospensione governativa del bond subordinato scaduto ieri: tecnicamente, non rimborsare il prestito richiama il default. Cosa potrebbe succedere se i creditori facessero ricorso, solo Dio, o forse Satana, lo sa.

Intesa ha posto tante e tali condizioni, che parlare di salvataggio è prendersi in giro per la ennesima volta. A differenza di Santander che in Spagna ha acquistato il Banco Popular, avviandosi a ricapitalizzarlo con 7 miliardi cosi da sobbarcarsi tutte le magagne, Carlo Messina, come l’uomo del monte, ha detto sì a investire 1 euro simbolico ma solo a patto di ingoiare la parte “buona” del boccone (“good bank”, leggi: i pezzi pregiati, il radicamento in un territorio comunque ricco, i crediti da selezionare a sua discrezione), lasciando che lo Stato se la veda coi crediti in sofferenza e quelli “in bonis” ma rischiosi (20 miliardi lordi), con le obbligazioni subordinate e con le cause legali di ex soci e clienti (“bad bank” senza licenza bancaria: sarebbe la prima volta che mamma-Stato mette quattrini in una specie di discarica finanziaria appositamente creata per farceli finire). E solo se Commissione Europea e Bce sottoscrivono a doppia firma il decreto che il Ministero dell’Economia e Finanza dovrà sfornare ad hoc. Il che è ancora incerto, dato che dovrebbe derogare al divieto di aiuti pubblici, che in questo caso ammonterebbero a circa 5 miliardi di euro che servono come l’acqua per coprire il buco della parte “malata”.

Azionisti, ovvero sostanzialmente il Fondo Atlante e gli ex soci: a zero. Obbligazionisti subordinati (1,3 miliardi), fra cui una metà composta da piccoli risparmiatori: a zero. Se poi possano venire rifusi qualora la bad bank dovesse guadagnare dalla vendita dei deteriorati, questo è tutto da vedere. A ridere è solo Intesa, che si troverà in mano un bel regalo. Magari facendosi regalare dallo Stato qualche scivolo per i dipendenti in esubero, di cui ci sarà una morìa biblica visti i doppioni non solo fra le due carcasse venete, ma anche con gli sportelli di Intesa. Per paura del bail-in, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sta preparando un bail-out. Cioè sta scaricando il peso morto sul tesoro pubblico, ovvero sul contribuente. Socializzare le perdite e privatizzare gli utili. Sempre la stessa, vecchia, sporca storia.