«Noi, montanari e Cimbri, non ci arrenderemo mai»

Massalongo, curatore del museo sull’antico popolo incastonato sui monti fra Vicenza e Verona: «riti come Festa del Fuoco per sensibilizzare contro nostra emarginazione»

Come da tradizione, stasera a Giazza, in provincia di Verona, si celebra la Festa del Fuoco, il “Waur Ljetzan”, antico rito cimbro del Solstizio d’estate. Siamo andati nella piazza del paese, piccolo ma circondato da meravigliosi riflessi verdi e luccicanti di uno dei più preziosi polmoni vegetali del Veneto, la Foresta omonima.

Ci accoglie Vito Massalongo, maestro di scuola elementare a Selva di Progno, presidente del “Curatorium Cimbricum Veronense” e curatore del prezioso Museo dei Cimbri, ospitato nei tre piani di un antico palazzetto che si affaccia sulla piazza del paese. E’ una giornata di sole, che qui ferisce molto meno che in pianura: «La potenza simbolica della luce – mi racconta il Maestro – ha reso il più lungo giorno dell’anno, che ha per compenso, la notte più breve, un passaggio suggestivo e carico di significati. Il Solstizio d’estate era considerato sacro in moltissime tradizioni pagane antiche. Poi, in era cristiana, i riti indoeuropei e celtici che esaltavano il potere del fuoco e della luce, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori, sono stati assunti dalla festa di San Giovanni Battista, il precursore di Cristo, luce che splende nelle tenebre».

Questa sera, venerdì 23 giugno, fino a notte fonda la piazza si animerà di musiche ed atmosfere dal sapore antico. Uno spettacolo teatrale tratto dal mito di Proserpina, “Zoè, il principio della vita”, messo in scena dalla compagnia di Bastia Umbra “Piccolo nuovo teatro”, racconterà con immagini di grande impatto, dovute anche all’utilizzo di effetti pirotecnici, trampoli e fuoco vivo indossato dagli attori, l’essenza di Zoè, cioè della vita intesa come relazione profonda tra uomo e natura selvaggia. Saranno poi ritualmente accesi i 13 fuochi, simbolo dell’unità degli antichi 13 Comuni Cimbri. «I riti che evocheremo questa notte – ci dice Massalongo – esprimono in particolare il profondo legame tra l’uomo e la luce, che consente la visione e il riconoscimento delle cose nel loro spazio; ma anche il riconoscimento dell’altro dentro lo spazio, non sempre luminoso, delle relazioni umane, intime o pubbliche e sociali».

Questo tema pone l’iniziativa sotto un’ottica di attualità, quello della diversità. «Non c’è percezione della diversità, dell’altro nell’indistinta oscurità della notte – spiega il presidente – ma oggi, quello di sentirci diversi è un po’ il disagio che viviamo noi abitanti delle zone di montagna. Ormai siamo diventati degli emarginati. La politica non ci considera, non c’è sviluppo e molti giovani sono costretti ad abbandonare questi luoghi per andare a cercare fortuna altrove. Per la politica siamo diventati scomodi, un peso. Con queste iniziative cerchiamo anche di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi di questo angolo di Provincia dove tuttavia non mancherebbero, a nostro avviso, possibilità di crescita».

«Abbiamo una Foresta bellissima – continua – che è una risorsa turistica straordinaria. In pochi minuti di auto si arriva alla partenza di sentieri curatissimi, grazie anche alla passione del personale locale di Veneto Agricoltura che ha in gestione il comprensorio, lungo i quali rigenerarsi all’ombra e al fresco di alberi maestosi e salire fino ai 2000 metri del gruppo del Carega, dove lo sguardo spazia sulle valli delle province di Verona e Vicenza a perdita d’occhio, e dove non mancano rifugi ospitali e personale accogliente». Qui si cammina contemporaneamente dentro la natura e la storia: lo stanziamento dei Cimbri su questi monti è documentato da un Decreto del 5 febbraio 1287, con cui il vescovo veronese Bartolomeo della Scala concesse a due luogotenenti cimbri, provenienti da Altissimo in provincia di Vicenza, il permesso di insediarsi a Roverè Veronese per disboscare, gestire aziende, costruire masi e allevare capi di bestiame, con contratti da rinnovare ogni 29 anni.

Massalongo non nasconde la sua preoccupazione per il futuro: «qui si può anche ammirare il genio impresso in un’opera di ingegneria forestale straordinaria, che ha fatto, e può tornare a fare, scuola per il resto del Paese. Bisogna capire che poco più di 100 anni fa questa foresta neanche esisteva. Oggi, però, rischia di sparire tutto, perché la gente è costretta ad andarsene e una gestione puramente conservativa di questo patrimonio montano ha costi insostenibili».

Ci confida di non veder l’ora di «andare in pensione, tra pochi anni». Non perché non ami il suo lavoro, ma per il richiamo di questi posti, della sua foresta. D’altro canto scorre in lui antico e vitale sangue cimbro. «L’amore dei nostri contemporanei per questi luoghi si vede anche dalle iscrizioni ai corsi di Cimbro che il “Curatorium” organizza ogni anno. Abbiamo circa 60 iscritti nelle diverse classi. Gente che viene e ritrova nel linguaggio le radici della propria storia, dei paesi in cui nacquero i loro genitori, dei propri nomi. Ma se muoiono le attività produttive e commerciali (ormai in tutta la Lessinia non esiste più una malga che trasformi il latte in formaggi d’alpeggio), spariscono posti di lavoro, come si fa a tenere le giovani famiglie a vivere qui?».

La rocciosità cimbra si sente tutta nell’appello finale, che vale anche come un giuramento: «Servono progetti intelligenti e lungimiranti. Possibile che non si trovi il modo di rendere questo potenziale turistico ed energetico, questo capitale, un generatore di profitti per la comunità? Anche solo una decina di operai forestali fissi qui, ad esempio, farebbe la differenza: vorrebbe dire dieci famiglie, venti bambini, una scuola, un negozio, ricambio generazionale, risorse per attività agroforestali, produttive, turistiche, culturali. Se aspettiamo troppo finirà tutto, e fa impressione solo a pensarci. Anche in rapporto a tutto quel che è stato fatto in passato per creare tutto questo, e soprattutto in rapporto a quello che potrebbe accadere in futuro in termini di dissesti idrogeologici se la foresta dovesse essere lasciata a se stessa. Ma io non mi arrenderò mai: pazienza e testardaggine, è questo il segreto di noi montanari».