Vicentinità: indignazione privata, mutismo pubblico

Termine coniato da Parise più di cinquant’anni fa, ma mai così attuale. Come dimostra anche il caso del Torrione in centro storico

Sono passati più di cinquant’anni dal pomerigio in cui, commentando il romanzo “Le Furie” alla presenza dell’autore Guido Piovene, Goffredo Parise coniò il vocabolo vicentinità per stigmatizzare il carattere della sua città natale smascherandone il corredo di pseudo-virtù delle quali essa andava tanto orgogliosa. S’inaugurava così la libreria-galleria Do Rode di Virgilio Scapin, anch’egli scrittore: tra i presenti erano numerosi i giovani, ad iniziare dal relatore affiancato da Fernando Bandini, poeta già assai stimato.

Anche Vicenza appariva ai nostri occhi incamminata verso un sicuro ringiovanimento: non soltanto le ferite della guerra stavano cicatrizzandosi e si prospettava quello che in breve sarebbe diventato il boom economico, ma soprattutto erano incoraggianti i fermenti che animavano la città nei diversi campi della cultura. A distanza di mezzo secolo, da qualche tempo si ripropone alla mia memoria gravata dall’esperienza il neologismo fortemente critico di Parise, che allora colpì la nostra fantasia come un’audace stilettata inferta alla polpa di un sistema di vita e pensiero ormai in decadenza e che invece oggi palesa intatta la sua attualità.

Due scritti in particolare hanno negli ultimi giorni sollecitato le mie riflessioni su Vicenza, città che mi ospita ormai da decenni e ancora mi stupisce, proprio per le peculiarità sintetizzate argutamente dallo scrittore in un’unica parola.
Giuliano Menato interviene su questo giornale on line a sostegno di quanto consigliato a chi a Vicenza si occupa di cultura da Tomaso Montanari durante il recente incontro al Palladio Museum: un “decalogo” ovvio o viziato da qualche debolezza, come si è sentenziato da alcuni. Menato non soltanto mette in evidenza l’alta qualità intellettuale, culturale, morale e conseguentemente anche politica dello studioso toscano, ma ne condivide le opinioni e i suggerimenti.

Il professore non è nuovo all’impegno di far luce sulle manchevolezze delle politiche culturali vicentine, sulle scelte prive di senso, dettate da interessi utilitaristici o criteri opinabili. La sua critica è dura quanto fattiva; non trascura di citare l’esempio positivo offerto dall’Orchestra Giovanile di Musica Classica dell’Olimpico, ma nel contempo accusa di inefficienza e incapacità amministratori totalmente impreparati al loro compito, spinti da ambiziosi personalismi e che «nulla capiscono di teatro, musica ed arte». Perciò, senza perdersi in bizantinismi fuorvianti, indica possibili strade che veramente aprano a prospettive non velleitarie.

Nelle stesse ore esce sul Giornale di Vicenza una lettera di Giovanna Dalla Pozza, che invoca dalla città un «atto di coraggio» per scongiurare la svendita del Torrione medievale di Porta Castello, bandito ormai ad un prezzo irrisorio per effetto dei noti giochi furbeschi messi in atto con le aste pubbliche. La presidente di Italia Nostra parla in veste ufficiale, tracciando con minuzia la lunga storia del monumento, a specchio delle travagliate vicende secolari di Vicenza: la sua lettera è insieme un appassionato documento, una proposta e un’incerta speranza.

Due autorevoli voci, procedendo da differenti ragioni, chiedono una volta ancora risposte concrete degne della città. Qualcuno le ascolterà? Non credo. Non le autorità, intente sabato 17 giugno a seguire monsignor Pietro Parolin, commosso neo-accademico, mentre ripercorreva idealmente il plurisecolare cammino dell’Accademia Olimpica e ne lodava l’illustre passato; e, più tardi, ad allietarsi per l’ammirazione del prelato alla vista dei tesori d’arte racchiusi nel Museo di Palazzo Chiericati. Gioendo e pavoneggiandosi come per meriti che non appartengono alla storia, bensì alla cronaca delle variopinte iniziative della Vicenza di oggi. La nostra cultura ufficiale, aliena dal preoccuparsi di critiche o proteste, si dedica piuttosto a ritmare allegramente il mantra della “bellezza”, parola-talismano a garanzia della sua tranquillità.

Né le ascolteranno i membri della più importante istituzione culturale vicentina, gli Accademici di cui pur fa parte Giovanna Dalla Pozza, i quali sicuramente non intenderanno darsi pena delle affermazioni di Giuliano Menato, percepito spesso come il classico fumo negli occhi. Sicché una volta ancora si chiuderà con uno scontato nulla di fatto la partita ingaggiata tra l’utile immediato di pochi e il bene comune, quel bene di molti che innerva il tessuto civile di una comunità meritevole di rispetto.

Forse, però, sta in questi “molti” l’incognita del problema. Vicenza non manca certo di persone interessate all’arte, alla letteratura e alla musica, scontente non di rado delle decisioni prese da politici e amministratori in deroga agli interessi e ai desideri di chi amerebbe vivere in una città culturalmente migliore. Esse hanno volti e nomi ma consistenza di fantasmi. E’ la platea silente che assiste quasi con sgomento alle proteste altrui; sono i singoli che nel segreto di una telefonata condividono rampogne e critiche, come un tempo i loro predecessori raccontavano in confessionale i propri peccati intrecciati alle colpe di conoscenti, amici e nemici, mostrandosene alternativamente pentiti e indignati.

Ma in pubblico, da sempre, è d’obbligo prediligere l’ombra, il mutismo, la finzione pacificante. Per timore e fragilità, adeguandosi al mutar dei venti alla maniera dei vasi di coccio di manzoniana memoria? Anche, ma non soltanto. Alimenta la società vicentina qualcosa d’indecifrabile, una sostanza “altra” in continua metamorfosi, simile a un opacizzante velo di nebbia o di polvere desertica, inafferrabile eppure pervasivo. “E’ la vicentinità”, chioserebbe Parise. Vicenza soffre di una sorta di sindrome autoimmune, di cui è impossibile comprendere l’origine o pretendere eventuali terapie.

Probabilmente nessuno dei “molti” si schiererà apertamente a favore della scelta coraggiosa auspicata da Giovanna Dalla Pozza a difesa del monumento storico, né scaturiranno dibattiti in relazione alle analisi di Giuliano Menato. Quanto a Tomaso Montanari, sarà presto dimenticato.