BpVi e Vb, Confindustria Vicenza: «arrivati a punto conclusivo»

Pubblichiamo la nota di Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza sugli sviluppi del decreto sulle banche venete

Non sono un amante delle discussioni da salotto e delle dichiarazioni fini a se stesse, rappresento gli imprenditori di un territorio in cui conta essere pratici e andare avanti nonostante tutto. Per questo intervengo solo ora, nel momento in cui ci sono i decreti firmati e le offerte sul tavolo, non tra le nuvole.

Voglio quindi essere molto chiaro: quello delle banche venete non è, come qualcuno impropriamente ha voluto chiamarlo, un salvataggio. Quando si parla di liquidazione significa che si sta parlando di un fallimento, punto. E rappresenta il fallimento, oltre che dei controllori istituzionali, di un gruppo dirigente il quale, senza che ci si nasconda dietro a un dito, era composto da banchieri, manager, economisti e imprenditori che non sono riusciti ad affrontare un contesto di mercato di crisi, in cui si è riscontrato un eccesso di offerta.

Il 20 giugno 2016, oltre un anno fa, l’ho detto pubblicamente davanti ai nostri imprenditori, agli stessi ex membri dei cda bancari, al Presidente Zaia, ai parlamentari e a tutte le autorità, con queste esatte parole: «chi ha sbagliato paghi. E voglio sottolineare, per onestà intellettuale, che questa volta la politica, in particolare quella veneta, non c’entra proprio nulla. Alle Istituzioni dello Stato, anzitutto la Magistratura, il compito di valutare se ci sono stati errori, colpe, dolo; e chi ha sbagliato venga giudicato, più in fretta possibile». Questa è la posizione di Confindustria Vicenza anche oggi.

Nel mentre sono trascorsi mesi in cui abbiamo assistito alla rassegna dei profeti del giorno dopo, capaci di esprimere giudizi senza appello su come uscire da questa crisi gravissima, ma senza mai avere nulla di concreto in mano. In parallelo vediamo le procure che si rimbalzano le competenze, allungando così i tempi e facendo temere che finisca tutto in un nulla di fatto… esito che, voglio essere chiaro su questo, noi per primi non vogliamo. Ma, come detto, nonostante tutto, pensiamo ad andare avanti a testa bassa, basandoci su quello che è l’oggi e quello che dovrà essere il domani.

La soluzione della bad bank non era sicuramente quella auspicabile all’inizio del percorso di Atlante, ma oggi è la migliore tra le alternative, l’unica davvero concreta sul tavolo. Sicuramente migliore del bail in che per obbligazionisti, correntisti e forse anche per i fidi delle imprese e per i mutui delle famiglie, avrebbe significato un ulteriore disastro per un Nordest che, lo dicono i dati Istat, sta trainando, più di tutte le altre aree d’Italia, sia l’economia che l’occupazione.

Ora ci troviamo in una situazione in cui la confluenza sotto un unico istituto di tre attori fortemente presenti nel territorio potrà portare a decisioni di ridurre gli affidamenti ad aziende impegnate con le tre banche, con effetti pesantissimi per alcuni. La futura banca dovrà fare il proprio mestiere, ma ancora una volta non si butti via il bambino con l’acqua sporca. Le aziende clienti contemporaneamente delle tre banche hanno subito perdite patrimoniali a causa dell’azzeramento del valore delle azioni. Si tratta magari di buone aziende, il cui rating è stato fortemente peggiorato per questo. Intesa Sanpaolo deve fare un investimento su questo, se vuole valorizzare gli istituti inglobati e la loro clientela.

Complessivamente il gruppo Intesa Sanpaolo si ritroverà ad avere il 31,9% del totale dei fidi concessi in provincia sommando il 13,9% di Cassa Risparmio del Veneto (il marchio territoriale del gruppo Intesa Sanpaolo), il 14,1% di Banca Popolare di Vicenza e il 3,9% di Veneto Banca. Questo dato evidentemente suscita diverse preoccupazioni sia per la concentrazione del rischio, che può risultare elevata dal lato banca e dal lato azienda; sia per la tendenza, in provincia di Vicenza, a ridurre le quote di mercato, per cui è ragionevole pensare che una quota dei fidi oggi in essere presso le due ex popolari transiterà su altre banche.

Sarà quindi necessario che da un lato Intesa Sanpaolo abbia la capacità e la volontà di gestire un importante incremento di fidi su molta clientela industriale e, dall’altro, che le altre banche siano disponibili a collaborare nel raggiungimento di un nuovo equilibrio di mercato. È fondamentale, inoltre, che alle imprese venga dato il tempo sufficiente per procedere a un adeguamento alla nuova situazione.

Siamo arrivati ad un punto che considero conclusivo, dobbiamo, tutti e insieme, aspirare ad una nuova normalità che ridefinisca radicalmente il rapporto tra banca e impresa. In questi ultimi anni le aziende sono state costrette a ripensare tutto il proprio modello di business, ora tocca anche a quella fetta di sistema del credito che non lo ha ancora fatto.

Questo percorso dovrà essere progressivo e pianificato, ma deve partire già oggi. E non si può sentire esclusa nemmeno la politica. In tal senso mi sento in dovere di fare un appello alla responsabilità del Parlamento che dovrà convertire il decreto del Governo. Non vorrei che per motivi di strumentalizzazione politica, ci fossero delle imboscate che potrebbero mandare tutto all’aria. È ora di mettere il punto e ripartire.