Caro Giordani, ascolta un Consiglio (comunale) sulla futura Padova

Incontenibili le pressioni esterne e interne: qualche deroga è inevitabile. Ma non allontanarsi troppo dall’elettorato

Dopo avere sconfitto Napoleone a Waterloo, Lord Wellington, anziché esultare, mugugnò: «La peggiore disgrazia dopo una battaglia persa è una battaglia vinta». Ce ne accorgeremo nei prossimi mesi così come se ne sono accorti al Comune di Roma e come succede ovunque. L’indipendenza e la capacità di mediazione dei sindaci nella gran parte di casi non basteranno a risolvere i contrastanti conflitti di interesse e di idee delle loro maggioranze.

Fino a ieri era tutto un florilegio di incitamenti alla vittoria, tifo e insulti reciproci, esaltazione per un futuro radioso, un gran parlare con toni apocalittici. Si possono persino giustificare – anche se lontani dal mio modo di essere – nelle campagne elettorali, ma vanno accantonati subito dopo, se si intende la democrazia come vivere quotidiano nel diritto e nel rispetto reciproco.

Per i vincitori sono possibili due scenari estremi che ruotano attorno ai rapporti tra sindaco, consiglio e giunta. Nel primo scenario gli assessori svolgono il ruolo che la legge ha effettivamente assegnato loro: vale a dire collaboratori del sindaco che contribuiscono a introdurre intelligenza e innovazione nell’amministrazione e non rappresentano parti politiche. Nel secondo gli assessori sono dei doppioni dei dirigenti o dei consiglieri comunali, oppure dei fiduciari di qualche potentato.

Il primo scenario è la premessa di una buona amministrazione, ma purtroppo è il più improbabile vista la mentalità e l’incultura politica corrente. Il sindaco dovrebbe nominare assessori non bisognosi di stipendio e indifferenti al desiderio di status perché già autorevoli e soddisfatti nel loro lavoro. Costoro avrebbero l’indipendenza di dimettersi in caso di contrasto con il sindaco e quest’ultimo l’autorità di licenziarli senza alterare equilibri politici se le loro idee non sono conformi ai suoi obiettivi. Soprattutto, il sindaco dovrebbe evitare di nominare assessori i consiglieri più votati in Consiglio comunale. Così facendo rispetta il volere del popolo e valorizza l’autorevolezza e il ruolo di controllo attribuito dalla legge al Consiglio che potrà o meno approvare alcuni atti importanti del sindaco.

Nel secondo scenario, il sindaco furbescamente si porta in giunta il dissenso potenziale. Nomina quindi assessori politicamente autorevoli – la competenza è l’ultima preoccupazione in questi casi – ma contrari ad alcuni suoi progetti e interessi. Eventualmente li sceglie tra i consiglieri più votati in modo da svilire il consiglio. In questo modo avrà la possibilità di ammorbidire la loro resistenza poiché potrà sempre porli di fronte al ricatto del loro allontanamento se non sono d’accordo con lui. C’è un’ampia casistica al proposito. Costoro, se fanno politica per bisogno di un posto di lavoro, qualche soldo o uno status, sono facili da soddisfare e saranno obbedienti. Al più si permetteranno qualche protesta di facciata per non fare una figura meschina con i propri elettori e conservare una parte di consenso.

Questa operazione è resa più difficile se gli assessori sono sostenuti da abili manovratori (partiti, comitati politici palesi o occulti) a cui devono rispondere e con cui è necessario accordarsi fuori dalle istituzioni. Dei programmi si fa carta straccia il giorno dopo la vittoria e sarà costume mettere tutti di fronte a presunte emergenze in modo da decidere al di fuori di precedenti dichiarazioni.

A Padova, per esempio, l’opzione dell’ospedale “nuovo su vecchio” verrà rimessa in discussione trovando un’opposizione interna molto più morbida che nei proclami pre-elettorali soprattutto se gli assessori saranno consiglieri dimissionari e il consiglio formato da chi ha preso poche preferenze. Una scusa per fare passare i provvedimenti la si trova sempre; lo scaricabarile sul governo o la Regione funziona bene per convincere i più idealisti; le compensazioni per un voto a favore si trovano sempre. “Un uomo può vivere tre giorni senza mangiare, due giorni senza bere, ma nemmeno un minuto senza un’autogiustificazione”.

Le pressioni esterne e interne all’amministrazione saranno incontenibili perché non ci sarà un solo cavallo di Troia, ma un’intera cavalleria. I politici che imporranno al sindaco gli assessori, questi calcoli li sanno fare bene. Solo un consiglio forte e collegato all’elettorato difende i programmi e costituisce la sede istituzionale corretta per discuterli, modificarli, mediare le differenze. Non certo la giunta del sindaco. Il mondo non è perfetto e qualche deroga alla purezza del primo scenario è inevitabile e persino opportuna. Ma quanto più ci si allontana da esso e dal senso delle istituzioni tanto meno efficace e degna sarà l’amministrazione.