Quella certa cosa in comune fra Giordani e Bitonci

Le ultime esternazioni del nuovo sindaco e dell’ex sindaco di Padova aiutano molto a capire l’esito delle amministrative. Perchè, a modo loro, dicono verità scomode

C’è una qualità in comune fra Sergio Giordani e Massimo Bitonci, sindaco ed ex sindaco di Padova: dicono quel che pensano. In tutti i sensi: sia in quello buono, di squarciare il velo dell’ipocrisia, sia in quello autolesionistico di dire quel che sarebbe meglio per loro rimanesse nella loro testa.

L’ex primo cittadino leghista, tornato a fare il commercialista, ha voluto ribadire, per quella sua smania di mettere il punto alla fine dei discorsi, che la sua caduta ha avuto un movente che più che politico e ideale è affaristico e lobbistico: «Se tre anni fa avessi dato seguito al progetto del nuovo ospedale a Padova Ovest, invece di bloccarlo perché avevo visto alcune cosette che non mi piacevano, oggi sarei ancora sindaco» (Corriere del Veneto, 2 luglio). Come dire: l’essersi da ultimo posizionato per la costruzione ex novo a Padova Est ha provocato l’ultima delle scissioni all’interno della maggioranza di centrodestra, con Forza Italia che, intendendosela trasversalmente col centrosinistra moderato (sostanzialmente il Pd) sulla partita urbanistica del nuovo nosocomio, lo ha azzoppato anzitempo. Esiste, secondo Bitonci, «una cupola bipartisan che, avendo a cuore soltanto i propri interessi, e il nuovo ospedale di Padova Ovest era uno di questi, riesce a spostare il consenso politico ora di qua e ora di là. E proprio questa cupola, che tra i propri affari ha anche quelli dei grandi centri commerciali, si è messa quatta quatta dietro a Giordani, spingendolo fino alla vittoria». E lo querelino pure, ha precisato quasi con voluttà. Bitonci fa bene a rimarcare un dato che è ovvio, ripetiamo ovvio, e cioè che la politica è fatta anche di interessi materiali, economici, finanziari. E’ sempre stato così e sempre così sarà. E gli interessi sono ovunque, tutti devono tenerne conto e anche lui, che non è uno stupido, avrà tenuto conto di quelli in ballo nel quadrante Est (senza che per questo rappresentino degli illeciti, vedasi l’archiviazione dell’esposto del dem Naccarato). Il problema non sta nel fatto che ci siano, quindi. Ma nel fatto che tendano a nascondersi e ad essere negati o rimossi. Appetiti e convenienze private condizionano sempre qualsiasi elezione, amministrativa o politica. Il punto, per il candidato e per l’elettore, è non farsene condizionare al punto da impostare le proprie scelte favorendo più il particulare del bene collettivo. Ora, non è statisticamente possibile che i padovani comuni abbiano preferito il suo sfidante perchè influenzati dalla “cupola”. Bitonci dovrebbe ammettere che anche lui ci ha messo del suo, nel farsi male da solo: prima dei forzisti aveva rotto con altri, e con scontri ad altissima tensione che rivelano, checchè ne dica lui, che l’ex sindaco qualche problemino caratteriale deve averlo. Come al solito, insomma, la verità è in chiaroscuro: il j’accuse bitonciano sul retrobottega fa bene al dibattito (e dovrebbe essere terapeutico per la sinistra di Lorenzoni che fa tanto la sinistra e invece è come Alice nel paese delle meraviglie: si dimentica la lezione marxiana sulla struttura – i soldi – dietro la sovrastruttura – il luccicante caravanserraglio della solidarietà, inclusività, apertura e tutto il formulario dell’anima bella); ma che non riesca ad ammettere neppure un mezzo errore, il tetragono Bitonci, la dice lunga sull’ex sindaco, più che di Padova, di Cittadella.

Giordani, invece, nell’intento di sottolineare la sua verità, tradisce la verità che a lui non converrebbe proprio che sia divulgata. E’ un caso di candore comunicativo, se vogliamo chiamarlo in tal guisa. Il neo-sindaco ci tiene, ci tiene tantissimo a ricordare che lui non solo non è uomo di partito, non ha la tessera del Pd, ma anche che gli dà pure un po’ fastidio, ‘sto ingombrante ospite a tavola: «l’unico Pd in cui mi riconosco è quello delle targhe delle auto di qui». Di sinistra lui, poi? Ma gli facciano il piacere: «non sono uno di sinistra, ma un moderato, un classico democristiano». Anzi, se mette al centro il problema della sicurezza, gli dicano pure che è di destra: «Mi etichettino pure così. Ma investiremo anche in welfare: aiuti a giovani disoccupati, anziani, disabili, faremo centri di aggregazione nei quartieri difficili. Ci attiveremo perché i migranti svolgano lavori socialmente utili. Così diranno che sono di centrosinistra». Giordani è tutto un po’: di centro, di sinistra, di destra. Solo che l’altro giorno era in prima fila accanto a Matteo Renzi al raduno dei circoli del Pd. Si è prestato a mostrarsi come unica eccezione vittoriosa di queste amministrative disastrose – sempre il Pd, che per sarà anche la targa di Padova ma resta pur sempre la sigla del Partito Democratico. La formazione della nuova giunta, che dovrebbe essere di sua esclusiva spettanza, a quanto risulta dai rumors è come da regola ostaggio delle trattative con le forze che l’hanno sostenuto, in primis, mannaggia, l’ubiquo Pd. Dove cammina inciampa su questo benedetto Pd, il povero Giordani. Non gli dà tregua. Manca poco e potrà dichiararsi direttamente vittima del Pd, chiedendo i relativi danni. Prima, però, dovrebbe anche lui compiere un’ammissione: tutti quei voti del Pd che hanno contribuito ad eleggerlo non saranno del Pd, o se lo sono, trattasi di clamoroso equivoco. Gli elettori Democratici pensavano di votare per un sindaco che se non è di sinistra (nessuno l’ha pensato mai neppure per una frazione di secondo), almeno si definisse, come minimo sindacale, di centrosinistra, e possibilmente che non presenziasse ad una kermesse del Pd contemporaneamente schifando il Pd. Invece si sono trovati un democristiano (ma non era morta, la Dc?). Ma tanto che importa? Ormai nelle segreterie dei partiti entrano pure dei quidam senza nemmeno la tessera di quei partiti, e ciò che conta è il civismo, cioè le decisioni senza colore politico, magari trasversali. Come, esempio a caso, la bandierina del nuovo ospedale a Padova Ovest.

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