Affiggere poesie di notte: fatto. Dall’anonima MeP

Intervista ai misteriosi autori e “attacchini” di versi riuniti in un movimento che, nato a Firenze, si sta espandendoin tutta Italia

Lasciamo i Poeti alle antologie, ai manuali di liceo, ai discorsi dei salotti accademici. E liberiamo la Poesia dai vincoli letterari a cui è stata da sempre sottoposta: la metrica, i temi, e lo stesso nome dell’autore della ballata, del sonetto o di quei quattro versi che ci capita di leggere. Può essere una provocazione; per alcuni invece non lo è. Anzi, agiscono nell’ombra perché tutto questo accada: sono i militanti del Movimento per l’emancipazione della Poesia (in sigla, MeP), ragazzi e ragazze – ma anche qualcuno non più di primo pelo – che grazie al favore delle tenebre affiggono in giro per le strade delle città i loro componimenti in maniera del tutto anonima.

Forse non è un caso che sia nato nel 2010 a Firenze (poi diffusosi in tutta Italia, pure in Veneto a Vicenza, Padova, Venezia e Verona): la patria della Poesia italiana, la città natale di Dante, o Guido Cavalcanti; la terra che è stata la madre del Rinascimento ed ora si ritrova ad essere di nuovo il palcoscenico di un movimento teso al rinnovamento della scrittura poetica, come il MeP. È una compagine misteriosa, ma che, per bocca di alcuni suoi componenti, non ha lesinato un’intervista alla nostra testata. (Sono i militanti del nucleo di Trento, che per tacito accordo e prima di tutto per la politica del MeP – che tende a svincolare del tutto il testo dall’autore e viceversa – non possono rivelare i loro veri nomi, né i loro volti; solo i loro pseudonimi, che non sono altro che le lettere iniziali dei loro nomi: Al, An, Sa e Al.).

Sarò banale, forse, nell’iniziare la chiacchierata con questa domanda, ma qual è il motivo che vi ha spinto a entrare a far parte del MeP?
Forse la modalità di azione: è inusuale, nessuno tenta di diffondere così la bellezza, affiggendo sui muri fogli bianchi su cui sono scritte delle poesie. Il Movimento invece sì; attraverso l’attacchinaggio cerchiamo di combattere il degrado che impera in giro per le strade. Alcuni quartieri, di tutte le città italiane, versano nella più totale rovina sociale e culturale. Sono decadenti e abbandonati sia dall’amministrazione sia dai cittadini stessi.

E voi, se non ho capito male, volete invece ridare dignità proprio a quelle zone…
Sì, o almeno secondo noi del nucleo è così. Quelle poesie che puoi trovare in giro sui muri o sui cassoni delle società elettriche tentano di ridare positività a dei luoghi che ormai l’hanno persa, vuoi per il degrado, vuoi per la crisi. Noi ci proviamo: al passante potrebbe far piacere vedere questo foglio che risalta bianco in mezzo a questi colori tetri che ci circondano in ogni cantone. Il bisogno di poesia è universale.

Se fosse come dite voi non troverei delle vostre poesie cancellate, deturpate o strappate via dai muri.
Ti sbagli, invece. Forse è un bisogno celato, magari inconscio. Ma c’è ed è presente in tutti noi, in chi scrive e in chi legge. Ci piace credere che chi ha compiuto questi “scempi” sulle nostre poesie, sia magari rimasto colpito. Negativamente, anche. Oppure, che si sia sentito chiamato in causa. In ogni caso, l’obiettivo che ci siamo posti, suscitare curiosità, è stato raggiunto. Vogliamo catturare l’attenzione della gente, e che questo significhi letture e condivisione di ciò che si legge oppure deturpare i testi e i fogli poco importa. L’importante è che arrivi il messaggio: poesia libera ed emancipata. Viva.

Sembrate vivere un po’ nell’utopia, sotto questo punto di vista. Cambiamo discorso, mi aggancio a quello che avete appena detto: cosa significa per voi che la poesia riesca a vivere e a trovare il suo spazio?
È una domanda complessa. Richiederebbe forse una risposta filosofica, ma noi non siamo che gente che scrive quattro versi e li attacca in giro per l’Italia (noi e ovviamente anche gli altri nuclei sparsi per la penisola, ndr). Diciamo che la poesia inizia a vivere nel momento stesso in cui viene concepita. Prende forma e “respira”, per noi almeno, nell’istante in cui viene affissa sui muri. Fammi aggiungere questo: nessuno sa dove finiscano le proprie poesie. Sul nostro portale c’è un’area riservata: lì ognuno di noi carica nella sua cartella i testi che scrive; e quando arriva il giorno di affiggere in giro nuove poesie (lo facciamo circa una volta al mese), ci colleghiamo al sito internet e scegliamo del tutto a caso quelle che poi più tardi andranno ad essere appese in giro per le strade. Quindi potrebbe capitarci di affiggere nostre poesie, ma anche no. Anzi, spesso è il contrario: è raro ritrovarci tra le mani un testo di un membro del nostro nucleo.

Quindi la vita, la libertà e l’emancipazione della poesia sono rinchiuse in questo meccanismo dettato dal caso: la scelta del testo e il luogo della sua affissione sono non-decisi, random.
Esattamente.

Per assurdo i vostri testi potrebbero trovarsi a Bologna o a Torino, dove ci sono altri membri del Movimento?
Certo, ma non solo affissi in giro per le strade: partecipiamo anche a delle performance, alcuni attori durante certe manifestazioni leggono quello che scriviamo. Come in un locale ad Arezzo un anno fa, o ad aprile a Padova (dove abbiamo pure lì un nucleo operativo) al festival Irruzioni.

Un esempio di quello che scrivete?
Può essere questa, si chiama Le memorie di una vita (ma tutte le altre possono essere trovate sul nostro sito, o in giro per le strade.)

“Verrò
sul tuo sepolcro non
per piangere, non
per disperare de
la tua assenza, ma
per ridere
come tu mi hai
insegnato e
per gioire de
la tua presenza
nei miei ricordi passati.
Perché di memorie
si vive e di memore
si muore:
così,
dolcemente.”