Consigli di lettura per sopravvivere allo Strega

Si può fare a meno delle proposte di una tra le più note giurie letterarie? Piccola guida a scrittori senza premio. Ma di valore

L’onestà è oramai unicamente un auspicio dei grillini e una credenza degli ingenui. Se poi si parla di premi letterari, Dio ce ne scampi! Perfino Andrea De Carlo, messo alle strette, ha ammesso di aver abbandonato le giurie delle grosse competizioni essendo queste per la maggior parte pilotate su base politica, o in ragione di mafie e mafiette editoriali delle più ignobili.

Attenzione, non voglio certo accusare il premio del liquore, o quello degli industriali veneti, di essere una spregevole messa in scena, o magari attribuire loro una sorta di regia occulta che trami oscuramente. Sta di fatto che, per quanto riguarda i gruppi editoriali, a vincere sono sempre i soliti noti, vedi appunto la triade Murgia, Lagioia, Cognetti, tanto per fare qualche nome a caso.

Il vero problema, a ogni modo, non è lo Strega, o affini e degeneri, ma il fatto che la gente si lasci condizionare nelle proprie letture da decisioni prese ai piani alti. Questo vale per il Fabio Volo di turno, quanto per il vincitore di un qualunque blasonato premio di Alta Letteratura, entrambi imposti a suon di cataste di volumi somministrate a viva forza dai grossi editori alle librerie delle loro catene, e da esporre bene in vista in vetrina.

(Da sinistra: Andrea De Carlo, Nicola Lagioia, Michela Murgia, Paolo Cognetti)

Sappiamo tutti che della letteratura non importa più niente a nessuno, in generale. Ciò che infastidisce, però, è che anche chi di solito legge rifugga – o sia scientemente tenuto all’oscuro? – da altre letture che magari potrebbero risultargli di maggiore interesse, in favore delle porcherie promosse da una giuria di vecchi babbioni, o per rivolgersi a quei dieci autori che misteriosamente vengono pompati a livello pubblicitario dalle case editrici di spicco.

Diceva il grande Montale: “Ascoltami, i poeti laureati/ si muovono soltanto fra le piante/ dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”. Come già denunciava l’autore di Ossi di seppia, i fighissimi della narrativa e della poesia nazionale (quelli da lui definiti “i poeti laureati”) non si sentono soddisfatti, se non scrivono di situazioni e sentimenti talmente alti e inusitati da essere appannaggio esclusivo di letterati senza oramai più niente in comune col resto del genere umano. Poi si lamentano che il mercato editoriale langue… chissà perché!

Non diversamente da Montale, Witold Gombrowicz, negli anni ’50, sottolineava giustamente, in uno dei più coraggiosi testi di critica letteraria mai scritto, Contro i poeti, che le opere maggiormente note dei grandi scrittori “risultano impossibili da leggere per il loro essere troppo artistiche. Là tutto è perfetto, profondo, grandioso, sublime e, allo stesso tempo, nulla cattura la nostra attenzione, perché i rispettivi autori non le hanno scritte per noi ma per il Dio dell’Arte”.

Non per niente, si è sovente avanzata la tesi che i testi degli autori accademicamente più gettonati, quali per esempio “il tanto celebrato Ulisse di James Joyce”, abbiano sì una certa continuità di vendite dal momento della loro pubblicazione, ma siano anche tra i meno letti. In sostanza, li si compra unicamente per poi riporli sullo scaffale.

Se uno come Stephen King, invece, è fruito in tutto il mondo, il motivo sta nel fatto che, oltre a essere un genio, conosce l’umanità, i sentimenti e le paure di donne e uomini in carne e ossa. Soprattutto, non scrive di esseri umani la cui esistenza si potrebbe immaginare solo imponendo al lettore una “sospensione di credibilità” maggiore di quella necessaria per accettare l’esistenza di vampiri, licantropi, e mostri vari.

(Da sinistra: Eugenio Montale, Contro i Poeti di Witold Gombrowicz, Ulisse di James Joyce, e Stephen King)

Senza voler però scomodare il re dell’horror, o fargli troppa pubblicità, cosa di cui non ha decisamente bisogno, vi sono un buon numero di autori in Italia che sarebbe bene scoprire, lasciando per un attimo da parte i vincitori di tutti i discutibili premi in circolazione. Parlo di scrittori che non vengono pubblicati dai grandi nomi del cerchio magico editoriale, ma da medio-piccole realtà che il profumo del liquore Strega, anche quando glielo fanno fiutare in lontananza, è solo per poi sbatterli fuori con maggior gusto durante i festeggiamenti finali.

Ma, soprattutto, parlo di scrittori che non scrivono per entrare a far parte dell’Olimpo dei Letterati Nazionali, ma perché accade che abbiano qualcosa da dire e non per il “Dio dell’Arte”, ma per raccontare la vita dei comuni mortali, quella che di rado o quasi mai viene considerata degna di trasposizione letteraria. Penso in particolare a due autori, entrambi narratori e al contempo poeti tra i migliori del nuovo millennio.

Il primo, Alessandro Pedretta, – insolito caso tra gli autori nazionali – ha scritto una superlativa opera distopica intitolata È solo controllo, AUGH! Edizioni. Consigliato addirittura e inaspettatamente da Panorama tra i cinque libri da leggere quest’estate, Pedretta propone, con i toni postapocalittici che lo contraddistinguono anche in poesia, un romanzo dall’ambientazione fantascientifica inteso come “allegoria della società contemporanea”. Se vi piace la lirica, si consiglia anche il suo Dio del cemento, uno dei migliori libri di poesia degli ultimi tempi, sfolgorante e doloroso. Nessuno come lui dà voce e sostanza lirica alla vita dura e desolante della periferia.

(Alessandro Perdretta e i suoi due libri, È solo controllo e Dio del Cemento)

Il secondo è oramai un autore di culto tra i veri intenditori. Parlo di Franz Krauspenhaar. Di origine tedesca, ma di madre italiana, Krauspenhaar è tra i pochissimi ad aver svecchiato la narrativa italiana traghettandola verso una dimensione meno provinciale e più europea. È probabilmente l’unico – e, se non è l’unico, è certo tra i pochi – a poter essere messo a fianco di uno scrittore come Houellebecq, senza timore di sfigurare, o risultarne annichilito.

Leggetevi il suo ultimo romanzo, Un affresco in nero, pubblicato da Il seme bianco, ritratto amaro e dalle tinte fosche dell’Italia durante la svolta epocale della fine del craxismo. Si tratta di un’effige impietosa, quasi un Satyricon petroniano, pieno di triviali e squallide situazioni in stile cena di Trimalcione. Vi renderete conto che non ha niente da invidiare a un testo quale Sottomissione del noto autore francese. Ma non perdetevi neanche il precedente, Grandi Momenti, Neo Edizioni, una sorta di autofiction, sulla desolante vita di uno scrittore che deve fare i conti con la dura realtà quotidiana e, per mettere su un po’ di soldi, si abbassa a scrivere gialli da autogrill. Stappate una bella bottiglia di birra in spiaggia e cominciate a leggere, che c’è davvero qualcosa di meglio del liquore Strega.(Franz Krauspenhaar e due sui romanzi: Un affresco in nero e Grandi Momenti)