“Ceta” tossico per salute e libertà: senatori veneti, non votatelo

I nuovi accordi non agiscono più sulle barriere tariffarie, ma sulle barriere non tariffarie. Un libero mercato senza regole che è un regalo enorme alle corporation

Venerdì 14 Luglio a Schio in provincia di Vicenza si è tenuta una conferenza dedicata al Ttip, il patto commerciale transatlantico tra l’Europa e gli Stati Uniti. Il momento di approfondimento è stato organizzato dopo che una mozione presentata e cofirmata da tre forze eterogenee nel consiglio comunale scledense, Movimento 5 Stelle, Noi Cittadini e Tessiamo Schio, ha manifestato viva preoccupazione per questo possibile accordo e promosso l’organizzazione di momenti di approfondimento. Nonostante l’importanza decisiva del tema, esso rimane colpevolmente rimosso dal dibattito pubblico. Pochi ne parlano, una minoranza esigua lo conosce.

I relatori della serata appartengono ad universi politici molto distanti, ma sono accomunati dalla consapevolezza degli effetti deteriori che un accordo del genere potrebbe avere per il nostro paese: Tiziana Beghin, eurodeputata del Movimento 5 stelle, Giulio Marcon, deputato di Sinistra Italiana e Roberto Ciambetti, Presidente del Consiglio regionale del Veneto della Lega Nord.

Cerchiamo di sintetizzare le argomentazioni emerse per capire il pericolo di questo trattato. L’Unione europea evidentemente deve stipulare degli accordi commerciali con gli altri paesi. La novità dei nuovi accordi è che essi non agiscono più sulle barriere tariffarie, ma sulle barriere non tariffarie. Cerchiamo di capire. Le barriere tariffarie sono i dazi che si pagano per l’importazione o l’esportazione delle merci. Con gli Stati Uniti oggi sono piuttosto esigui, si aggirano tra il 4% e il 6%. Le barriere non tariffarie invece sono le leggi di un paese che stabiliscono le caratteristiche che un prodotto deve avere per poter entrare nel mercato.

Come è noto la legislazione europea è molto più attenta alla qualità e alla sicurezza delle merci, perché tutela la salute dei suoi cittadini. Per fare un esempio, nella cosmetica in Europa viene vietato l’utilizzo di 1138 materie prime, mentre negli Usa solo una decina; oltre oceano possono ancora utilizzare il piombo e l’amianto per produrre dei cosmetici. Lo stesso vale per l’agricoltura: in Usa si usano gli ogm, e nella raccolta del grano si fa uso intensivo del glifosate, vietato in Italia perché considerato cancerogeno. Questo significa che oggi, se una azienda vuole vendere un prodotto cosmetico o agricolo in Europa deve rispettare le norme europee. Il primo pericolo di un trattato così pensato è quindi evidente: la diminuzione della tutela e delle garanzie dei consumatori e della salute in Europa.

Veniamo alla dimensione economica. Conviene ad un paese come l’Italia stipulare un accordo commerciale come questo? Secondo uno studio fatto dalla Commissione europea il Ttip creerà un aumento del Pil dello 0,5% in 10 anni. Ben lo 0,05% all’anno. Tuttavia nel breve periodo produrrà 1,5 milioni di disoccupati. Lo studio però non dice quale area dell’Europa sarà favorita e quale sarà penalizzata. E’ evidente che la deregulation non realizza le magnifiche sorti e progressive del libero mercato, ma genera quello che potremmo definire un mercantilismo corporativo.

In Italia il 97% delle aziende sono piccole o medie, negli Stati Uniti le aziende piccole hanno 500 dipendenti. Le aziende agricole italiane lavorano mediamente 7 ettari di terreno, quelle americane 200. Questo è un regalo enorme alle multinazionali che penalizza le nostre piccole produzioni agricole e artigiane di qualità. Nella religione neoliberista bisogna santificare il libero mercato, ma cosa dovrebbe fare la politica se non difendere il proprio sistema economico? Il libero mercato senza regole realizza il principio della“ libera volpe nel libero pollaio”. Togliere le regole non significa creare libertà, ma permettere al più forte di divorare il più debole. Del resto la concentrazione di ricchezza delle grandi corporation, che diventano più potenti degli stati, è ormai acclarata. Il caso Irlanda-Apple docet.

The last but not the least: la questione della sovranità. La parola “sovranità” evoca oggi scenari nazionalistici o identitari. Io appartengo a tutt’altra cultura politica. Per me la questione della sovranità impone oggi una riflessione ineludibile: dobbiamo decidere quanto le comunità o gli stati abbiano ancora diritto di deliberare democraticamente, quanto il demos possa autodeterminarsi, oppure se le scelte possano essere sempre più il monopolio di tecnocrati o, addirittura, di grandi corporations.

Il Ttip consentirebbe (in quanto il trattato non è ancora definito) alle grandi aziende di ricorrere ad un arbitrato, composto da qualche giudice internazionale o peggio, da un tribunale privato gestito da grandi studi legali internazionali, contro gli stati. Questo significa esautorare i parlamenti. Una azienda potrà denunciare un paese che vieta il libero commercio di un prodotto perché, magari, non tutela sufficientemente la saluta dei suoi cittadini. E magari vincere la causa, cambiando la norma del paese stesso.

Oggi la questione del Ttip sembra essere meno impellente, perché Trump non è più così convinto. Tuttavia sta per essere approvato il Ceta, un trattato molto simile, ma tra l’Europa e il Canada. Qual è il problema? Il Ceta è il cavallo di Troia delle multinazionali, in un momento in cui il progetto del Ttip langue. Molte corporations statunitensi hanno infatti anche una sede in Canada. Il 25 Luglio il senato dovrà ratificare il Ceta. Facciamo un appello ai senatori veneti del Pd, Forza Italia, Api e del gruppo misto perché si ribellino ai loro partiti e non votino questo accordo potenzialmente tossico per la nostra salute e per la nostra libertà.

Ph: agroicultura.com