Psicoanalisi di Zonin, presidente a sua insaputa

Si difende dalle accuse scaricando la responsabilità. Non mostra di percepire la sofferenza dei risparmiatori azzerati. E’ sempre convinto di essere nel giusto

Il soggetto G.Z., accusato di aggiotaggio (scambio illecito di fidi a soci e clienti per finanziare azioni della stessa banca che presiedeva, in sostanza una partita di giro), ostacolo alla vigilanza (quella di Bankitalia e Consob, che si ostinano a dichiararsi a loro volta senza responsabilità: sono state ingannate, poverine) e falso in prospetto (in pratica false comunicazioni sociali), si dichiara innocente. Naturalmente. E’ stato presidente della nota banca BpVi dal 1996 al 2015. In questi quasi vent’anni, tuttavia, deve aver lasciato mano a mano che il potere gli sfuggisse pericolosamente di mano: sostiene infatti che a combinare tutte quelle malefatte (che a quanto pare lui non nega essere tali, come invece fa il suo omologo-avversario Vincenzo Consoli per Veneto Banca) sono stati quei bricconi dei dirigenti che lui stesso aveva scelto assieme ai cda, in testa l’ex direttore generale Samuele Sorato. Salvi invece, nella tesi zoniniana, gli ex consiglieri d’amministrazione, come l’indagato Giuseppe Zigliotto. Un presidente a sua insaputa, lo ha ben definito Renzo Mazzaro in un bell’e brutale articolo sui quotidiani Finegil di ieri.

Nel 2012, quando si avvicina la scadenza per licenziare il codice etico e l’urgenza viene fatta presente dall’ex vicedirettore generale Adriano Cauduro (uno che ha rotto gli argini e quando parla, dice cose pesantissime e interessantissime), G.Z. dice: «C’è poco tempo… ritengo sempre sia una perdita di tempo. Se fosse per me il codice etico non lo farei. Noi non siamo sempre etici?». Il soggetto era ed è talmente convinto di essere sempre nel giusto che, interrogato dagli inquirenti nel marzo scorso, sull’incredibile storia di spolpamento che è stata la gestione della benemerita Fondazione Roi da parte sua, che l’ha presieduta dal 2009 al 2016, arriva a definirla con non chalance «un’emanazione della banca». Tanto che ci si era messo lui come presidente, come vicepresidente il suo fido vice in BpVi Marino Breganze (ai tempi, ancora non “de Capnist”), e nel board un altro consigliere del cda dell’istituto, Divo Gronchi, a cui il vertice della Roi, cioè sempre lui e gli altri, «aveva dato incarico… di individuare i migliori investimenti per la Fondazione, senza finalità speculativa e con un profilo di rischio basso, anche a costo di una redditività contenuta. Nel periodo, per esempio, le azioni Generali davano meno garanzie rispetto alle azioni Bpvi». Tutto in famiglia, tutto fra famigli.

Chiuse l’altro ieri le indagini per lui e altri sei, il soggetto G.Z. aveva per la verità esplicitato la sua linea difensiva già nel dicembre dell’anno scorso, attribuendo la colpa della distruzione dell’amato e venerato “territorio” all’universo mondo (alla Bce, alla crisi mondiale, e ovviamente agli ex manager fedifraghi), ma lui niente, immacolato come un santo. Il suo rivale Consoli, quanto meno, una piccola ammissione l’ha fatta: non ha saputo prevedere in tempo la tempesta perfetta (sofferenze generate dalla recessione, passaggio di potere nelle regole e controlli da Roma a Francoforte, abolizione delle grandi, ormai troppo grandi banche popolari con una riforma Renzi troppo rapida e ripida). Ergo, Consoli non è stato un bravo banchiere. Il soggetto G.Z., invece, il banchiere non deve averlo mai fatto veramente, visto che se l’è fatta fare sotto il naso da quei traditori di figure apicali. G.Z. non sapeva, non vedeva, non capiva. Prima diagnosi: il suddetto soggetto potrebbe essere affetto in proporzioni smisurate da una comune sindrome, l’insaputismo, per altro molto diffusa in Italia, tanto che la recente scienza psichiatrica ne ipotizza la natura contagiosa, come un bacillo che si spande nell’aere quando si mette piede e si ottiene la targhetta col proprio lucente nome nei consigli d’amministrazione, composti da preparatissimi e curriculatissimi gonzi mezzi ciechi, mezzi sordi e mezzi muti. (Oddio, non diciamo muti altrimenti qualcuno fra gli imprenditori ex ammministratori si arrabbia, sottolineando con nervosissima stizza, evidentemente colpito e anche un po’ affondato, che loro, il mea culpa l’hanno fatto, ma sono abituati al “lavora e tasi” e il primo pensiero va a tutelare le associazioni di categoria: forse avrebbero dovuto lavorare ma non tacere, e oltre che rappresentanti degli associati dovrebbero ricordarsi di essere anche cittadini, responsabili nel loro operato, come da Costituzione, verso quella cosa chiamata società).

Interrogativo: ma se G.Z. non aveva il pieno controllo della situazione, è stato corretto compensarlo con stipendio e benefit per diciannove anni, o quanto meno negli ultimi annales della sua un po’ demitizzata presidenza? A meno di non essere di fronte a palese negazione della realtà (detta comunemente bugia), qui ci sarebbe da restituire qualche annata di compensi. Come minimo. Eventuale condanna penale a parte, non può bastare infatti la sanzione morale e sociale che sistematicamente gli infliggono i veneti, e in particolare i vicentini (risvegliatisi da un sogno diventato incubo, dopo aver dormito per un ventennio) quando lo vedono in giro. Tipico il caso di G.Z., magari accompagnato dalla moglie, che si avventura in ristorante e viene invitato a girare i tacchi perchè gli altri clienti rumoreggiano – e fortunamente per lui, si limitano a rumoreggiare… Non può bastare, l’isolamento umano – che per altro può felicemente alleviare nelle sue varie tenute e ville, benchè abbia girato tutto ai familiari e di suo non abbia più nulla: grazie, Procura di Vicenza, per aver graziato i beni dell’ex re decaduto. Non può bastare perchè il soggetto dovrebbe, per guarire da se stesso, imparare a conoscere e riconoscere quella parte di sè, che avrà anche lui in qualche recesso dell’anima, che potrebbe fargli percepire il dolore altrui, di tutti quei cristi che il crollo delle azioni, il mancato rimborso e la svendita a Intesa con annessi licenziamenti ha provocato e provocherà, a migliaia e migliaia. Ciascuno, dentro di sè, ha un’ombra che rifiuta, che non ammette, che reprime e comprime. Anche in G.Z. dev’esserci del buono. Ma lui non lo sa. Vive a propria insaputa.