«Invalido per colpa dei Pfas: processare Miteni»

Stefano De Tomasi, 50enne valdagnese ex operaio della Miteni, qualche settimana fa ha depositato in procura una denuncia contro l’azienda di Trissino. De Tomasi – Andrea Alba sul Corriere del Veneto – edizione di Vicenza a pagina 8 – ha lavorato alla Miteni per dieci anni e fa risalire ai Pfas (composti perfluoroalchilici) le sue patologie: ipertensione arteriosa, infarto, colesterolo elevato, diabete mellito, collassi sul posto di lavoro, una leucemia di tipo ancora non identificato e depressione. Assistito dall’avvocato Edoardo Bortolotto, oggi chiede di processare «per lesioni colpose Miteni e il medico che ci visitava per conto dell’azienda, Giovanni Costa». «Non possiamo dire nulla di specifico relativamente a questo lavoratore – replica l’industria chimica, fino al 2009 di proprietà Mitsubishi e oggi del colosso Icig -. È bene però ricordare che tutti i lavoratori Miteni oggi e nel tempo sono stati coinvolti in approfondite analisi; lo studio con questi dati è stato pubblicato su riviste internazionali. Nonostante l’allarmismo creato, l’Istituto superiore di sanità ha affermato e ribadito che non vi è alcuna correlazione scientificamente dimostrata tra Pfas e qualsiasi patologia di qualunque tipo, incluse quelle tumorali o dismetaboliche».

De Tomasi ha da poco ottenuto una pensione di invalidità psico-fisica dall’Inps e ha presentato domanda all’Inail di malattia professionale: «Prima di lavorare a Trissino – racconta – avevo lavorato quindici anni come marmista e poi nella concia, sempre in ottima salute». Assunto in Miteni nel 1999, sarebbe stato licenziato nel 2010 per superamento dei giorni consentiti di malattia. Nella denuncia l’ex operaio ha segnalato situazioni ritenute anomale: «le lavorazioni venivano svolte in impianti non adeguati e senza alcun rispetto delle norme poste a tutela della salute dei lavoratori. Gli aspiratori erano pochi e inefficaci: non riuscivano ad aspirare tutte le polveri». Ancora, «erano disponibili delle maschere ma queste non venivano utilizzate. I superiori continuavano a ripetere che il prodotto era del tutto innocuo». Inoltre, il medico dell’azienda effettuava ogni sei mesi visite con esami del sangue e delle urine, «tuttavia gli esiti venivano sistematicamente nascosti al lavoratore».