Il Lanzichenecco: «noi snobbati perchè troppo anticonformisti»

Con la musica la sperimentazione è continua: «a noi interessa ben poco far ciapare schei alle case discografiche; è più importante far passare il messaggio»

Il mondo musicale deve evolversi e rinnovarsi radicalmente, anche rifiutando tutte le esperienze precedenti per giungere infine ad un aspetto nuovo, del tutto originale e inedito; al bando perciò le riflessioni sulla musica o sulla vocalità. È il messaggio il vero protagonista di questo rinnovamento. Ma non solo: pure la ricerca di una comunità artistica coesa, oggi assente. Nel vicentino, i portabandiera di questo disagio e bisogno contemporaneo sono Il Lanzichenecco; il frontman del gruppo, Simone Zampieri, e il chitarrista, Riccardo Canazza, hanno provato a spiegare a Vvox il motivo.

Innanzitutto, proviamo a dare un contesto al Lanzichenecco…
Non è facile. La nostra è una storia decisamente lunga e complessa: siamo partiti con un duo, io e mio fratello Andrea (Zampieri, ndr) alle percussioni. Abbiamo affrontato un percorso di crescita decisamente difficile, e siamo passati passati per diversi generi musicali continuando a non trovarci “a casa”, a nostro agio. Ci sentivamo incompleti. È con l’arrivo di Riccardo e di Andrea D’amato, che si occupa del synth, che il nostro modo di vedere le cose è cambiato.

Come?
Siamo partiti dal rock ‘n roll, ma è molto difficile “italianizzare” questo genere, e oramai è demodé e superato. Abbiamo quindi virato sul beat garage. Ma anche in questo caso c’era bene o male lo stesso problema: il sound non poteva adattarsi alla lingua italiana e viceversa; è uno stile inglese. E non vogliamo far passare i nostri messaggi, i nostri stati d’animo in una lingua diversa da quella che parliamo tutti i giorni, anche perché il nostro pubblico abita in Italia, conosce l’italiano e sarebbe quasi un insulto cantare ed esibirsi con un altro linguaggio.

Eppure il vostro primo EP, uscito l’anno scorso, era interamente in inglese.
Vero, ma è stato un esperimento; e prossimamente faremo uscire dei singoli e non più album, almeno per ora (il primo di questi, Marina non si annoia, è infatti il brano in cui evidenziamo la nuova direzione presa dal gruppo: quella di concentrarsi ancora di più sulla narrazione, a differenza di come abbiamo fatto finora). L’abbiamo registrato con il produttore dei White Stripes, ma è stato letteralmente snobbato in special modo dagli universitari, che cercano un qualcosa di già rodato, sicuro e testato. Nella loro ricerca anticonformistica si conformano agli pseudo-anticonformisti. Non vanno alla ricerca di novità, preferiscono andare ai concerti de Lo Stato Sociale -a cui noi, sia chiaro, ci ispiriamo e che stimiamo -, piuttosto che venire ad ascoltare noi o altri che tentano, nel loro piccolo e con i pochi mezzi a disposizione, di proporre delle novità attraverso linguaggi e forme originali.

E secondo voi a cosa è dovuto?
Siamo abituati ad avere tutto pronto, e a non affezionarci più agli artisti. Non attendiamo più l’evoluzione e la crescita naturale del cantante o del gruppo, perché i talent ci propongono la pappa pronta con una periodicità mostruosamente e sistematicamente cadenzata. Ci vendono il personaggio, l’interprete, e le canzoni. Ascoltiamo, senza chiederci se esista dietro a ciò che cantano un significato (il più delle volte assente). D’altra parte, preferiamo non rischiare di entrare in universi musicali sconosciuti: manca la voglia, la curiosità e il rischio di intraprendere e assaporare nuove strade.

Nonostante ciò voi non vi arrendete.
Sarebbe da folli. Abbiamo un pubblico. Piccolo, è vero, e ci rivolgiamo solo a loro. Non cerchiamo di attirare altri ascoltatori o fan; non per un snobismo di ritorno, quanto perché invece ci sarebbe il rischio di diventare commerciali, e di adattarci alle richieste del mercato. (Non ci arrendiamo perché abbiamo la necessità di esprimerci). Personalmente, l’arte e la musica non dovrebbero essere così sottomesse a questo sistema ma seguire un percorso non tracciato, sempre pieno e fecondo di rinnovamento e rivoluzioni; per farla breve, a noi interessa ben poco se ciò che suoniamo si riveli poco vendibile dalle case discografiche per aumentare il fatturato, per ciapare schei; è più importante far passare il messaggio che vogliamo comunicare. Con un linguaggio originale e innovativo.

Rimane però il fatto che ad ascoltarvi ci siano poche persone, nonostante gli intenti nobili; questa chiusura verso gli altri, chiamiamola così, non è controproducente pure nei confronti dell’arte stessa?
Non direi. Anzi, in qualche modo preserviamo l’arte musicale, e allo stesso tempo la rinnoviamo dal suo interno (o almeno, ci proviamo). Senza voler forzare qualcuno ad ascoltarci. Quando suoniamo non pretendiamo che si crei la ressa per assistere alla nostra esibizione. Saremmo più contenti, certo, se accadesse. Ma ciò che vogliamo dire, esprimere con linguaggio nuovo e moderno, che possiamo farlo rientrare all’interno dell’indie elettronico, deve essere nostro e non un modo di venderci alla “massa” per volere più audience. La musica non si deve vivere come un elemento oppressivo, e come l’incubo di dover gareggiare nel raggiungere quanto più pubblico possibile. Ma come, invece, un impulso per creare una comunità di artisti e musicisti che si impongono come fine solo quello di propagare il loro messaggio e attraverso lo stile che sentono più consono (una sorta di “scuola veneta” sulle orme di quella genovese o bolognese). Adattare lo stile al messaggio, e non -come abbiamo detto prima- viceversa e secondo le aspettative di mercato. Sarebbe come vendere un abito brutto e senza la taglia giusta. E un sarto, certamente, non lavora così.