Arte e cultura a Vicenza, il vero conservatore è Bulgarini

L’assessore alla Crescita accusa una parte della città di essere «allergica ai cambiamenti». Ma è la quarta volta che propone la stessa mostra sull’Impressionismo

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Non capisco perché in una città medio-piccola come Vicenza tutto appaia grande agli occhi di chi riesce a realizzare poco. Mi riferisco soprattutto alla cultura, agli uomini che la amministrano e la sovrintendono, i quali, per un complesso di superiorità, si ritengono tanto grandi da non accorgersi degli errori che compiono, attribuendo ad altri la colpa delle brutte figure che fanno. Non si fermano un attimo a fare un esame di coscienza, a considerare quali siano i reali problemi della città, ad impegnarsi a risolverli spogliandosi di pregiudizi e dubbi.

Vicenza, città bellissima, è apprezzata, dentro e fuori le mura, per quello che di fatto è, per l’ineguagliabile volto architettonico che gli uomini del passato, in epoche diverse, le hanno dato, non per quello che gli uomini del presente vorrebbero farla diventare per una malintesa idea di modernità. Si ritiene di poter uscire da una situazione di stallo, che dura da troppi anni per l’immobilismo intellettuale della classe dirigente – l’inerzia è una caratteristica della “vicentinità” –, adottando compromessi avvilenti al posto di scelte coraggiose per recuperare il tempo perduto. E si vorrebbe far credere che quando l’Unesco, la Soprintendenza, Italia Nostra e altre associazioni per la salvaguardia del patrimonio storico-artistico-ambientale si fanno sentire disapprovando o correggendo progetti balzani, la colpa sia di «una parte della città storicamente allergica ai progetti innovativi», della «resistenza contro i cambiamenti».

Ci sarà pure un motivo per cui, dall’istruttoria dell’Unesco per conservare alla città l’ambito riconoscimento alla questione del Torrione di Porta Castello che ha tenuto banco per settimane fino alla bocciatura del progetto di allestimento della mostra Goldin in Basilica, si sono scatenate da più parti vibranti proteste, dal semplice cittadino che usa il buon senso alla persona colta che porta argomentazioni, al politico di minoranza e maggioranza che denuncia superficialità e improvvisazione. E non sono solo questioni venute al pettine in un’estate particolarmente calda, per cui l’assessore alla Crescita «non ha avuto modo di annoiarsi». Penso che non si sia annoiato durante l’intero corso del suo mandato, visto che non c’è aspetto della vita culturale cittadina, dall’Olimpico al Chiericati al Cisa, che non abbia suscitato discussioni e sollevato critiche.

Non sono propenso a credere che «parte della città reagisca per partito preso verso un certo tipo di iniziative culturali», «conservatrice che fatica ad accettare idee che possono produrre innovazione», né che ci siano ragioni politiche preconcette o «resistenze attive all’idea di cambiamento», «ostilità ad ogni rapporto tra pubblico e privato». C’entrano poco anche gli «eruditi e sapienti esperti di Palladio» che sognano una città metafisica in stile De Chirico. Questi non hanno mai intralciato la strada a nessuno. Anzi, sono il più bell’esempio di “vicentinità”.

Mi rendo conto che non è facile cambiare la mentalità di una città che non è mai stata stimolata da chi ha occupato posti di comando – intellettuali come Neri Pozza quando intervenivano erano derisi –. Ma pretendere che gli errori e i limiti di chi governa ricadano sulla collettività o parte di essa è francamente il colmo. Magari si potessero confrontare due idee diverse di città, una “romantica”, “malinconica”, “vuota”, “impermeabile al turismo” e una coraggiosa, aperta e intraprendente, capace di richiamare molti visitatori per mostre diverse da quelle di Goldin. Si faciliterebbe la crescita sia intellettuale e culturale sia sociale e economica che oggi è una chimera.

«Resistenza contro i cambiamenti», «la città è allergica ai progetti innovativi», si afferma. A parte gli inconvenienti tecnico-burocratici, che hanno rivelato la mancata applicazione di elementari norme – la sospensione dell’allestimento della mostra in Basilica –, sul piano
propositivo è una novità presentare per la quarta volta, più o meno, la stessa mostra, quando sull’Impressionismo e dintorni si potevano esplorare altre strade, che aprissero altre prospettive di conoscenza, anche sul fronte italiano, come hanno fatto, per esempio, Padova e Rovigo? Definire “grande” la mostra su Van Gogh senza averla vista, dà la misura della pochezza di chi la giudica dalla grandezza dell’insigne monumento. Basterebbe soffermarsi sul titolo “Van Gogh, tra il grano e il cielo” per farsene un’idea. Eppure nessuno può dire che Goldin non assolva egregiamente all’incarico che gli è stato affidato.

É innovativa la brillante idea di concepire una galleria d’arte moderna e contemporanea in una Torre medievale gestita per trent’anni da un privato con opere di sua esclusiva proprietà? Le novità sono cosa diversa dagli ibridi interventi che umiliano il patrimonio storico-artistico cittadino. La prova del fuoco, a lavori finiti, sarà il riallestimento del Museo Civico di palazzo Chiericati, dove un progetto, pensato tanti anni fa, pare oggi già superato.

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