Laura, una veneta fra i profughi siriani in Giordania

Il racconto di una studentessa di legge di Padova partita con l’associazione “Non dalla guerra”: la miseria, la solidarietà, e la dolcezza di un bimbo irakeno

La guerra non cambia mai: è una livella, parafrasando Antonio De Curtis. Il ricco e il povero spesso si ritrovano alla pari. Quando infuria la guerra non è raro che la sua brama omicida spazzi via persino la voglia di vivere o di ricominciare una nuova vita altrove, lontano da dove si è nati e cresciuti, in un paese straniero. Laura Bianchi è una giovane vicentina, studia giurisprudenza a Padova ed è appena rientrata dalla Giordania. Ha visto gli occhi di chi è fuggito dalla guerra civile siriana, e pure di quelli che sono scappati da Mosul poco prima che cadesse nelle grinfie di Daesh. «Ho riflettuto a lungo prima di partire con i ragazzi di “Non dalla guerra”, mia sorella Elisa aveva già partecipato ad un viaggio con questa associazione poco tempo fa. Mi interessa molto il fenomeno migratorio, e l’Oriente mi affascina da sempre. Sono stati questi due elementi a farmi decidere di partire e ad affrontare quello che, secondo me, è stato davvero un viaggio pieno di emozioni».

Coraggiosa, la ragazza: «non ho avuto paura per la mia incolumità, fortunatamente la Giordania è abbastanza stabile dal punto di vista politico: la monarchia è amata dal popolo…». Si interrompe un attimo, e aggiunge: «e anche dal punto di vista sociale, nonostante siano i più colpiti dall’ondata migratoria dei profughi siriani, per ovvi motivi (le due nazioni sono confinanti, ndr)». Il perché è presto detto: «non si riempiono la bocca con la retorica della cultura dell’accoglienza, i giordani danno una mano come possono, aiutano chi è in difficoltà senza porsi tante domande e con quello che hanno. Tutti, indistintamente». La solidarietà di Amman è però limitata: «per paradosso, se un profugo volesse lavorare, dovrebbe pagare un permesso che costa il triplo di un anno di uno stipendio medio», e ad occupare il vuoto ci pensa la Caritas, che ha una forte presenza sul territorio: «si occupa davvero di tutto, dall’aiuto sanitario ed economico fino all’organizzare delle scuole professionali e al gestire i rapporti burocratici per ottenere i visti per chi vuole emigrare in Europa o addirittura in Australia».

Laura ci parla della miseria che in quelle tre settimane ha visto tra Al Salat, Madaba e Al Karak. Una miseria, però, solo materiale: «l’ospitalità delle famiglie siriane non è mai venuta a mancare, nonostante in “casa” avessero poco o niente. L’umanità di queste persone non è descrivibile; la voglia di raccontare, di raccontarsi e di liberarsi del macigno della guerra è davvero enorme». Eppure, non tutti vogliono parlarne. «In effetti, le famiglie con cui siamo entrati in contatto non erano molte, capirai bene che tante o non se la sentivano oppure non sono state ritenute idonee per diversi motivi, è la Caritas che stila una lista di famiglie con cui possiamo entrare in contatto». Non s’intendano, però, incontri sterili e vuoti: il contatto umano è stato predominante «in special modo con questa donna, che ha perso il marito durante il bombardamento sopra casa loro. Non è tanto la storia di lei e dei suoi figli. Che, sia chiaro, è tragica e sinceramente mi ha colpito. Ma è impossibile anche solo pensare di poter redigere una gerarchia di tutti i vissuti. Mi ha colpito invece come avesse bisogno del rapporto umano con qualcuno che fosse esterno, che non c’entrasse assolutamente con la sua vita, e del sollievo – se così possiamo definirlo – che in qualche modo siamo riusciti a darle chiacchierando e scambiando due parole in un pomeriggio».

Uno spazio privilegiato lo meritano i bambini, le vittime più innocenti di ogni conflitto bellico, che con i ragazzi di “Non dalla guerra” «hanno partecipato a diverse attività e a momenti ludici. Purtroppo conoscono solo l’arabo, e c’era dunque questa barriera linguistica che ci separava. Un ostacolo insormontabile? Non direi, anzi: perché siamo riusciti con i gesti, con gli sguardi, con i sorrisi e con gli abbracci a superare tutto ciò che sembrava impossibile da aggirare, riuscendo a giocare con loro e a regalarli un – seppur breve – momento di gioia o quanto meno serenità». Ciò nonostante, sono proprio gli stessi bambini che nella loro innocenza e assenza di filtri reagiscono in maniera tragicamente spontanea alla guerra e a quella situazione di limbo che è lo status di profugo. Laura racconta con profonda commozione l’incontro con quel bimbo iracheno, fuggito da Mosul con la famiglia, troppo piccolo per poter capire gli orrori della guerra. «Un’innocenza che si è persa sotto i bombardamenti e le raffiche dei fucili. Non del tutto, fortunatamente: alternava momenti dolci, come l’avermi regalato un fiore strappato da un’aiuola, ad altri in cui prevaleva invece il suo atteggiamento attaccabrighe. Scatenava “risse” ogni due per tre, ma subito dopo cercava un abbraccio». Un contatto e un legame che non termina una volta finito il viaggio. «Oltre alle trasferte in Giordania, stiamo già preparando degli eventi nel vicentino per raccogliere fondi e tutto il possibile da spedire laggiù. L’anno scorso sono stati raccolti circa ventitré mila euro. Speriamo di fare di più entro la prossima estate, per dare una mano a chi ha perso tutto a causa della guerra». Perchè la guerra non cambia mai.