«Anch’io, disabile, sono donna. Senza più bisogno del “lovegiver”»

La 41enne Elena racconta come vive la vita intima una persona affetta da distrofia. Con l’aiuto di “infermieri del sesso”. E ora del proprio ragazzo

Lovegiver, pregiudizi e molto altro ancora: quando il sesso incontra la disabilità si smaschera un mondo, il nostro, fatto di contraddizioni e privo di tatto. In cui si osannano i diritti dei singoli, ma ci si spiazza quando l’amore ci ricorda quanto esso sia normale e alla portata di tutti. «La disabilità sta negli occhi di chi mi guarda e inevitabilmente mi giudica. Non è la mia condizione a farmi sentire davvero limitata, ma i loro sguardi». Elena Pozza comincia così, tra amabili chiacchiere e sorrisi, a raccontarmi la sua realtà quotidiana, lì, nella sua casa di Ponte di Barbarano, in provincia di Vicenza. «La distrofia, è ovvio, mi crea dei grossi limiti. Non posso fare molte cose, ma di testa ci sono eccome! Credo di avere molto più sale in zucca di quelli che mi guardano compatendomi (ride). Il vero limite di questa vita è il giudizio altrui».

Come ti tratta la gente “normale”?
Se mi conoscono, mi trattano come una bambina. Qualcosa da tutelare, come se mi rompessi da un momento all’altro. È frustrante, perché ho 41 anni e sì ho bisogno degli altri, ma non in modo tale da non poter essere trattata con rispetto. Ma questo è niente, se comparato agli sconosciuti. Ti faccio un esempio: mi piace andare in piscina e gradirei molto se le persone non mi facessero sentire fuori luogo fissandomi costantemente.

Vengono mai a parlarti e, in tal caso, come interagiscono?
Ti devo confessare che mi approcciano molti più uomini che donne. Questo succede anche fuori dalla piscina, tant’è che ho molti più amici maschi. Non so darmi una spiegazione, ma gli uomini hanno un interesse innocente quando mi parlano: sono curiosi! Soprattutto quando si tratta di sesso. Le donne, dal canto loro, sembrano essere più inclini ad aggrapparsi ai loro pregiudizi. Credo si tratti di pura malizia femminile. Sembra che non riescano a concepire che possa rilassarmi sotto il sole esattamente come fanno loro.

Cos’è e come hai conosciuto l’iniziativa “lovegiver”?
Attraverso il passa parola sul web. Il lovegiver è una specie di infermiere del sesso, che si impegna nel difficile compito di assistere il disabile nella scoperta del proprio corpo e della propria sessualità, aspetto il più delle volte sottovalutato dai normo-dotati. Gli impulsi sessuali fanno parte della vita di ogni disabile tanto quanto possano far parte della vita di una persona “normale”. Nello specifico il lovegiver, attraverso una formazione specifica, va visto come un educatore sessuale che nei casi più estremi – parliamo di persone totalmente paralizzate – può arrivare fino alla masturbazione.

Passami la domanda: non è una specie di prostituzione legale?
Non ha nulla a che vedere con la prostituzione. Stiamo parlando di un assistente sessuale che aiuterebbe molte famiglie che vivono dei problemi davvero pesanti. Ho parlato con molte madri disperate, che hanno figli con gravi disabilità mentali, che capitano in doccia oppure a letto durante la notte e per quanto faccia accapponare la pelle, alla fine, sono abbandonate a loro stesse con un grosso problema da risolvere. Medici, associazioni e volontari che seguono i disabili non sono minimamente preparati a realtà di questo tipo. Il più delle volte preferiscono barricarsi dietro il pregiudizio che noi dovremmo essere asessuati.

Parliamo del presente: oggi che sei felicemente fidanzata, come funziona il sesso?
Premetto, ho avuto 3 ragazzi. La prima è stata un’esperienza puramente fisica con un mio carissimo amico, anch’egli normo-dotato ed è stato il mio primo approccio. È stato bellissimo, toccavo il cielo con un dito. A lui devo tutto! È solo grazie alla sua dolcezza e al suo tatto che sono diventata la donna che sono oggi. La seconda relazione si è conclusa dopo un anno perché non eravamo poi così compatibili. Infine è arrivato lui, il mio attuale compagno. Vorrei puntualizzare che quando i “normali” sanno che ho un ragazzo pensano sempre a qualcuno che versa nelle mie medesime condizioni, ma la realtà è ben diversa: il mio compagno non solo è normo-dotato, ma è un bellissimo gigante di 1.94.
Alla fine il sesso è sempre sesso, l’unica diversità riguarda le posizioni, ovviamente più limitate.

Sempre riguardo al sesso, come vivi la tua sessualità?
È qualcosa di viscerale. Per me ogni carezza, ogni bacio, ogni emozione è amplificata all’ennesima potenza.

Hai fantasie erotiche particolari… riferibili?
Dipende dalle situazioni; credo di essere più curiosa del mio ragazzo, direi quasi più monella a livello erotico. Io farei scoperte nuove, giochini etc. Adoro e voglio vivere il mio essere donna al cento per cento.

Ti è mai capitato di pensare di rivolgerti ad un gigolò?
Tante volte in particolar modo quando sentivo la mancanza delle carezze, del carnale. Poi però subentrarono vari aspetti: il piccolo paese in cui vivo e l’iperprotettività dei miei genitori… alla fine diventava difficile dover rendere conto a tutto questo. Pensa che per incontrare il mio primo ragazzo ho dovuto mentire alla mia famiglia. Più e più volte. Ma l’ho fatto perché è la mia vita! Sapevo con chi ero, avevo preso le mie precauzioni, ma soprattutto avevo scelto io, in modo indipendente. Sarò anche più fragile con le gambe, ma non con la testa: so cosa faccio, cosa provo e cosa sento!

Cosa ti fa provare piacere?
Adoro lo spogliarsi piano piano; l’accarezzarsi dolcemente; il profumo della pelle; i baci. Entrare lentamente nel rapporto, viverlo!

Mi hai raccontato che la gente si indigna. Contro quale pregiudizi ti scontri ogni giorno?
Ti racconto questo piccolo aneddoto. Mi trovavo alla sagra di Ponte di Barbarano con la mia famiglia. Ad un certo punto si avvicina un vecchio amico di mio padre, che con molta nonchalance chiede se il mio compagno fosse o meno mio fratello. È come se la disabilità e l’amore debbano necessariamente correre su due binari paralleli. Questo è quello contro cui lotto quotidianamente.

Le associazioni e i volontari che seguono i disabili sono abbastanza sensibili alla questione del sesso?
No. Non sono formati. Oppure è un tabù. A meno che un genitore non abbia delle problematiche e le esponga, ma anche lì si incontrano numerosi limiti. Prendiamo il caso dei ragazzi affetti da sindrome di Down: a volte li trovano mentre si scambiano dei baci, ma dopo averli divisi nessuno spiega loro il motivo delle loro pulsioni, la naturalità di quello che provano. Fanno passare il messaggio che stanno sbagliando, ma non è così. In Italia non ci siamo proprio. Non c’è un’adeguata formazione su queste tematiche.

Cosa ti aspetti dalla tua battaglia personale?
Di sentire a pelle che una persona ha capito che sono una donna.

Sogni nel cassetto?
Beh, fare un calendario. Temo molto il giudizio della gente, sia chiaro, ma lo voglio fare. Voglio tirare fuori la donna, voglio vedere la mia femminilità! Andare contro chi mi chiede “ma come? Ma tu?”. Voglio vedermi donna.