Caro Diamanti, se i giovani se ne vanno cosa resta?

Non c’è da giudicare chi parte o chi non torna. Ma sarebbe il caso che qualcuno dicesse: «resta»

Caro Ilvo Diamanti,
una premessa: ti stimo un sacco. Leggo le tue riflessioni e sento parlare di te da quando sono piccola. Si sa, Vicenza è un buco, siamo quattro gatti. C’è chi dice che ce li mangiamo pure, ma questa è un’altra storia. Insomma, la verità è che quel tuo articolo su La Repubblica non mi è piaciuto neanche un po’. O meglio, la tua penna sottile ha colto molte verità, le ha dipanate in modo tagliente, secco. A tratti ironico. È il finale ad avermi interdetto. Spiazzata da un’intimazione che proprio oggigiorno mi lascia spesso perplessa. “Giovani, non tornate!“.

Il tempo che stiamo vivendo è tosto. Prospettive poche, anche per le categorie più protette di sempre (vedi la casta medica, solo per citare un esempio a me vicino). Ho vissuto all’estero per brevi periodi e quella sensazione di vita, possibilità e futuro da costruire l’ho toccata con mano. È stato piacevole sciogliermi nella consapevolezza di avere qualcosa di prezioso tra le dita: un domani che qualche certezza, forse, ce l’ha. Ed è vero. È assolutamente reale che in Italia questo manchi. Anche nelle città più virtuose, o nel nostro amato odiato Nord Est che vanta tassi di disoccupazione tra i più bassi a livello nazionale e comparabili alla tanto decantata Germania.

C’è un grande ma. Ho sempre amato i ma, questo è quello che mi è più caro. Non biasimerò mai nessuno perché decide di lasciare le radici di casa e sognare un futuro diverso. Magari con uno stipendio che consenta di arrivare più tranquillamente a fine mese e la possibilità di non dover pensare a come pagare bollette o affitto perché il salario basta e avanza per potersi permettere anche qualche sfizio. Niente di eccessivo, si intende.

Non giudico chi parte o chi non torna. Sono la prima ad avere in saccoccia un piano B di valigie e viaggi d’Oltralpe in sola andata. Ma. Io vorrei tanto che qualcuno mi dicesse: resta. O che lo urlasse ai giovani in partenza. O che quantomeno, pur pensando che la cosa migliore del mondo sia andarsene, non lo mettesse nero su bianco in carta stampata. Le parole contano. Se provengono da voci autorevoli sono pericolose, potenti.

Vorrei che sui giornali scrivessero di quanti giovani riescono a re-inventarsi qui, nello Stivale, disponendo di poche risorse e molta tenacia. Vorrei che ci dicessero che le cose possono cambiare, ma serve restare. Rompere l’anima agli addetti-ai-lavori, perché le cose accadono quando ci metti cuore, testa e preparazione. Continuo ad incontrare giovani che, diamine, hanno il mondo nelle loro mani. Hanno conoscenza e senso della prospettiva. Hanno idee. E sono qui, sono ancora domiciliati nel nostro Bel Pease.

Che tutto questo declino – lavorativo, demografico, educativo, politico, potrei continuare – non diventi crollo. E se il danno fosse anche ormai fatto, ripartiamo. Costruiamo una diga. Un ponte. Non lo so, cosa. Se noi ce ne andiamo, cosa resta? Scusa, caro Ilvo, se ti scrivo dandoti del tu. Sarà che Vicenza è un buco, siamo quattro gatti. C’è chi dice che ce li mangiamo pure, ma. Questa è un’altra storia.

(ph: taxidriver.it)