Bankitalia, i 13 giorni che cambiarono il destino di Veneto Banca

Le contraddizioni di Visco & C: nel 2013 due ispezioni davano giudizi differenti a distanza di pochissimo tempo. E sulla Bim chiese di vendere ma anche di integrarsi con la capogruppo

Magari non sarà «l’Attila dei risparmiatori», come dice sul Fatto Quotidiano di oggi il presidente onorario di Adusbef, Elio Lannutti, ma il presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco dovrebbe quanto meno porsi il problema di come hanno operato i suoi uomini in questi anni. Tanto più visto che la sua conferma, col mandato che scade a novembre, non è scontata: oltre al M5S che ha promosso una petizione online per cacciarlo, il suo primo e più importante “nemico” si chiama infatti Matteo Renzi, che da segretario del Pd è bene o male l’azionista di maggioranza del governo Gentiloni. E intanto è da un altro Gentiloni, che per esteso fa Michele Gentiloni Silveri e di mestiere fa l’avvocato, che la vigilanza di Bankitalia dovrà difendersi: il legale, cugino del premier, ha infatti firmato un esposto alla Procura di Roma per conto dell’ex amministratore delegato di Banca InterMobiliare (Bim), Pietro D’Aguì, mettendo sotto accusa il comportamento degli ispettori di Visco in Veneto Banca, di cui la Bim era una controllata, dal 2011 al 2015. La magistratura capitolina ha aperto un fascicolo affidandolo a Maria Sabina Calabretta e Stefano Pesci, già titolari dell’inchiesta sulla ex popolare veneta, oggi assorbita nel Gruppo Intesa assieme alla BpVi.

MEMORIALE D’AGUI’
La vicenda, ricostruita nei particolari in vari servizi di Giorgio Meletti e Valeria Pacelli sul Fatto, è la seguente. La Bim viene acquisita nel 2011 da Veneto Banca, allora diretta da Vincenzo Consoli, che la paga in parte con azioni dell’istituto stesso. Secondo la denuncia di D’Aguì, con la promessa non mantenuta di riacquistarle a breve. Su questo, l’ex ad ha fatto causa a Consoli, e ora chiede conto del perchè Via Nazionale non si sia mossa. Nel 2012 la Banca d’Italia manda gli ispettori sulla Bim, guidati da Emanuele Gatti, che restano a Montebelluna dal 4 luglio al 30 novembre. Nel rapporto che ne uscì Gatti accusa D’Aguì della riduzione di due terzi del capitale di vigilanza: sarebbe corrisposto a solo 157 milioni contro i 435 della semestrale 2012. La Bim replica che Gatti ha sbagliato a fare i conti. A fine 2012 il bilancio Bim indicava il patrimonio di vigilanza a 322 milioni, ovvero il doppio del calcolo di Gatti. Da Palazzo Koch nessuna obiezione. Ma il 26 febbraio 2013 una lettera di Visco intima la revoca di D’Aguì, e il 3 dicembre lo multa per 190 mila euro causa sue «carenze» verificate da Gatti. La sanzione era stata decisa da Carmelo Barbagallo, che ne aveva avviato la procedura da capo dell’ispettorato e successivamente, diventato nel febbraio di quell’anno direttore generale della vigilanza e presidente della commissione sulle irregolarità, approvata. D’Aguì chiede ai magistrati di verificare se l’ispezione aveva come scopo toglierlo di mezzo, perchè in rotta con Consoli. Bankitalia infatti accusava l’ex ad di Bim di non aver ascoltato «talune proposte dei consiglieri» vicini a Consoli, e raccomandava «l’accelerazione del processo d’integrazione strategica e organizzativa» con la controllante Veneto Banca. Senza però sembrar tenere nel dovuto conto che mentre la Bim era quotata in Borsa, la banca capogruppo no. Nel 2014, D’Aguì mette in piedi una cordata d’investitori (Carlo De Benedetti, Luca Cordero di Montezemolo, il fondo inglese Due Alternative) per ricomprare la Bim, mettendo sul piatto 562 milioni. Bankitalia dice no, e nel 2015 anche la vigilanza europea capeggiata da Danièle Nouy, con provvedimento del presidente della Bce, Mario Draghi. Nel suo memorandum, D’Aguì ne ricorda le motivazioni, fra cui una sua mancanza di onorabilità che secondo lui si sarebbe basata invece su notizie false. Sia come sia, quello stop è costato oltre 400 milioni a soci e creditori di Veneto Banca, visto che oggi il liquidatore Fabrizio Viola sta vendendo la Bim a 100-150 milioni.

DUE ISPEZIONI, GIUDIZIO DIVERSO
Attraverso il caso D’Aguì si apre il quadro più generale di come ha agito la banca centrale nazionale in Veneto Banca. Il 7 gennaio 2013 la squadra di ispettori di Visco arriva a Montelluna, con a capo Biagio De Varti. L’ispezione si svolge in due fasi (occhio alle date): la prima si conclude il 12 aprile e viene presentata il 23 luglio, la seconda inizia il 15 aprile e finisce il 9 agosto. Dalla prima esce un verbale ispettivo che dà un giudizio parzialmente sfavorevole, specie sul credito deteriorato, ma non apre nessuna procedura sanzionatoria. Dal “secondo tempo” emerge invece, in data 6 novembre 2013, un rapporto estremamente negativo: carente svolgimento dei ruoli di governo del gruppo, scarsa efficacia dei controlli interni, degrado del portafoglio creditizio, il cda succubo di Consoli, e le famose “operazioni baciate”, ovvero il finanziamento di azioni della banca attraverso l’erogazione di fidi, per un valore di 157 milioni. Questa la diagnosi. Terapia: Veneto Banca dovrà mandare a casa il vertice che la amministra, vendere la Bim per far cassa e «perseguire con la massima determinazione l’obiettivo di pervenire, nel più breve tempo possibile, a un’operazione di integrazione con altro intermediario di adeguato standing». Cioè, secondo quanto dichiarato da Consoli in sede di interrogatorio nel 2016, la Banca Popolare di Vicenza («Consoli lei non ha capito: Zonin deve essere incontrato immediatamente»: questa la frase che gli avrebbe detto Barbagallo il 18 dicembre 2013). Consoli nel 2014 uscì da amministratore delegato e rientrò da direttore generale. E il presidente Flavio Trinca smise di essere presidente del gruppo, ma si tenne la presidenza proprio della Bim.

DOMANDE A VISCO
Ora, grottesco a parte, come mai i due rapporti divergono in così poco tempo, col primo che sostanzialmente “assolve” Vb il 23 luglio, e il secondo che finisce di raccogliere i dati il 9 agosto, 13 giorni lavorativi dopo, per bocciarla senza appello, e richiederne addirittura la fusione con la vicina BpVi di Gianni Zonin? Cos’è successo esattamente dall’aprile all’agosto 2013, in appena quattro mesi netti? E se a fine 2013 Vb era conciata così male da dover finire in braccio a Zonin, come mai in quello stesso anno dava quasi contemporaneamente disposizione che la Bim fosse venduta, e al tempo stesso si integrasse totalmente nel suo corpaccione malato anzichè lasciare che venisse acquisita un gruppo di imprenditori pronti all’acquisto? E come mai nell’anno successivo, il 2014, l’ispezione di quattro mesi della Bce esamina il 58% del portafoglio crediti delle banche in vista degli stress test del 26 ottobre, e mentre Veneto Banca la supera, la Bpvi di elevato standing risulta in deficit di capitale di 225 milioni? Cos’è accaduto ai piani alti di Banca d’Italia in quell’anno? Visco, prima di fare i bagagli, potrebbe spiegarlo, ai risparmiatori azzerati di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.