Mostra di Hirst? Meglio quelle storiche: Tobey, Guston e Hockney

Preserviamoci dal “mostrificio” che dilaga ovunque. E privilegiamo quegli autori che, ignorati dai più, hanno segnato la storia della creatività contemporanea

Le persone avvedute, che sanno come funziona l’attuale sistema dell’arte e vogliano preservarsi dal “mostrificio” che dilaga ovunque senza distinzione tra antico e moderno, dovrebbero astenersi dal pagare salatissimi biglietti d’ingresso per vedere mostre come quella di Damien Hirst a palazzo Grassi e alla punta della Dogana a Venezia. A meno che non intendano verificare fino a che punto un tema fondamentale della nostra epoca, quella dei social e delle fake news, arrivi a giocare tra verità e finzione, attirando un pubblico sempre più sedotto del fascino prepotente dell’irrazionale e del sensazionale.

Germano Celant descrive chiaramente la situazione: «l’estrema dilatazione della diffusione dell’arte come bene rifugio, con le conseguenti richieste di collezionisti e fondazioni private, insieme all’ampliata funzione di luoghi d’informazione, di valutazione e di acquisto affidata alle gallerie, alle case d’asta e alle fiere d’arte, hanno creato una rete mondiale, scavalcando i filtri culturali ed estetici di musei e critici. Tutto ciò ha messo in discussione anche la maniera di creare e di porsi dell’artista».

Consapevoli del fatto, siamo portati a privilegiare quegli autori che, ignorati dai più, hanno segnato la storia della creatività contemporanea, la cui opera, storicamente fondata, fa capire le motivazioni profonde che hanno portato gli artisti ad esprimersi in un determinato modo. Tra le mostre già segnalate ai lettori di Vvox consigliamo di visitare prima dell’imminente chiusura quelle ospitate in tre importanti sedi museali: Mark Tobey (1890-1976) alla Peggy Guggenheim Collection; Philip Guston (1913-1980) alle Gallerie dell’Accademia; David Hockney (1937) alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

Mark Tobey-Luce filante è il titolo della bella mostra con 70 dipinti eseguiti dall’artista americano tra il 1920 e il 1970, forse un po’ sacrificata nelle anguste salette della dépendance di palazzo Venier dei Leoni. Egli ha lasciato il segno nella storia dell’arte del ‘900 per le sue rappresentazioni calligrafiche, risultato di una lirica integrazione tra due culture figurative, l’occidentale e l’orientale. Premiato alla Biennale di Venezia nel 1958, fu il precursore delle innovazioni artistiche adottate dagli artisti della Scuola di New York, quali Jackson Pollock, e riprese con la tecnica del grattage anche dal pittore veneziano Mario Deluigi.

Magnifico l’omaggio, Philip Guston and the Poets, al pittore americano innamorato dell’arte italiana, con 75 quadri di grande formato esposti negli ariosi spazi dell’ala palladiana dell’Accademia. Un sobrio allestimento accompagna il visitatore alla scoperta della sua opera attraverso un’interpretazione critico-letteraria. Viene tracciato un parallelo tra i temi umanistici riflessi nelle sue opere e il linguaggio di cinque grandi della letteratura del Novecento: D.H. Laurence, W. B. Yeats, Wallace Stevens, E. Montale. T. S. Eliot. Nella prima sala, ad alcuni suoi splendidi disegni sono accostate o richiamate opere di Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Giovanni Bellini, Cosmè Tura, De Chirico, che dichiarano un apprendistato fondato sull’esempio di artisti italiani. Si sviluppa quindi il percorso creativo vero e proprio che consente al visitatore di seguire la maturazione della sua poetica e del suo linguaggio. Dopo la fase che lo vide negli anni Cinquanta legato ai modi dell’Informale, matura una “consapevolezza visionaria” basata sul rapporto in evoluzione tra idee e forme. Una sintassi frammentaria di cose e simboli lo avvicina, per fare un esempio, a Montale. Richiamandosi agli Ossi di seppia, attribuisce valore alle cose semplici, alla poesia dell’oggetto, utilizzando i simboli che lo circondano nella vita quotidiana. Lo accomuna a Yeats, invece, una sensualità di immagini affascinanti e nuove, che rivelano anche la loro decadenza e trascendenza.

La fondazione dei Musei Civici di Venezia presenta a Ca’ Pesaro David Hockney 82 ritratti e una natura morta, eseguiti tra il 2013 e il 2016. Di origine inglese, stabilitosi a Los Angeles, Hockney è uno dei più noti e affermati artisti contemporanei. Presente per la prima volta in Italia, queste opere costituiscono un corpus unitario in cui, distillando l’essenza delle persone ritratte, l’autore ricrea l’atmosfera del mondo che lo circonda. Un campionario di tipi e caratteri, « un saggio visivo sulla formazione e condizione umana che trascende le classificazioni di genere, identità e nazionalità. «Non si sa dove finisco io e cominciano loro» ha dichiarato Hockney alludendo ai personaggi ritratti nelle stesse condizioni, 20 ore di posa ciascuno, accomodati tutti su una sedia collocata su una pedana, con alle spalle il medesimo sfondo neutro.

(ph: artivenezia.com)