Macron (e il Pd), o la “sinistra” come marketing

Il presidente francese è il campione del nulla. Che copre la vera ideologia del nostro tempo: il ricatto ai lavoratori

I grandi intellettuali hanno il dono della profezia. Da tempo il francese Bernard Manin aveva capito che stavamo passando dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico. Uscivano di scena i cittadini attivi e diventavano protagonisti gli spettatori passivi. I partiti venivano sostituiti dai leader. L’ideologia, ovvero il progetto, la visione del mondo, veniva sostituita del marketing. Il marketing non realizza progetti, ma vende prodotti. Se non c’è un’interpretazione del mondo, si può dire tutto e il contrario di tutto; se i riferimenti valoriali si sfarinano, la dicotomia coerente/incoerente non ha più alcun senso.

Gli ultimi vent’anni della politica italiana diventano chiari con queste categorie. Tuttavia il campione di questa tendenza è senz’altro Emmanuel Macron. Non esiste un partito che esprime un leader, ma un leader che si cuce attorno un partito. Lasch aveva capito che il narcisismo sarebbe stato il protagonista del nostro tempo, ma qui assistiamo ad una deriva tra il surreale e il maccheronico. Il principino ex banchiere chiama il suo movimento En Marche, utilizzando le sue iniziali; il ricordo vola verso la nonna che cuciva le nostre sul sacchettino dell’asilo.

Apertis verbis Macron afferma in campagna elettorale di aver costruito un movimento come una start up. Dichiara di utilizzare gli strumenti del marketing: questi serviranno ad identificare i target utili per convincere i consumatori-elettori. Non lo si fa più nemmeno di nascosto, si vende il consenso, come se fossero scarpe, salsicce o smartphone. Dalle vette della cittadinanza attiva alle fogne della reclame.

Ovviamente la quasi totalità della classe dirigente del Pd lo sostiene. Del resto questi campioni del nulla sono sempre stati sedotti dalle spruzzatine di nuovismo sul vuoto pneumatico, dai neoliberisti mascherati, anche se, questa volta, poco o male. E così quando Macron vince, nomina come primo ministro un neogollista, come ministro dell’economia un uomo di Sarkozy. Trionfi la giustizia proletaria. L’europeismo sbandierato si schianta a Ventimiglia. Il Pd tace.

L’affinità intuita finalmente si realizza. Anche Macron sta lavorando al suo Job act. L’obiettivo è scardinare il rigido sistema di protezione francese, che, secondo l’Ocse, è secondo solo a Olanda e Germania. Nelle aziende con meno di 50 dipendenti sarà possibile fare accordi fuori dai contratti di categoria. Quindi l’obiettivo è depotenziare i sindacati e aumentare la contrattazione locale. Senza libertà di licenziare evidentemente non c’è libertà. Queste tesi mi ricordano una pagina di Marx dell’Ideologia tedesca: un liberale americano incontra un inglese e gli dice: “Sarà mai libero un paese come il vostro nel quale si è privati della libertà di picchiare il proprio negro?”.

La tesi dei marginalisti, volgarmente detti neoliberisti, è nota: più il mercato del lavoro è flessibile più aumenta l’occupazione. Peccato che non esista nessuna evidenza empirica capace di sostenere questa argomentazione. Anche gli economisti liberisti onesti sono giunti alle stesse conclusioni. Uno studio dell’Ocse ancora nel 1999 ha rivelato l’assenza di correlazione tra norme a protezione dei lavoratori e tassi di disoccupazione. Perfino l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard arrivò a dichiarare nel 2006 che «le differenza nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze del tasso di disoccupazione dei vari paesi». Infatti la Germania ha un sistema di protezione rigido e una disoccupazione al 3,7%, mentre l’Italia, più moderna direbbero i destri e i sinistri, con un sistema di protezione molto più flessibile ha un tasso di disoccupazione all’11,3%.

Perché allora tutti i paesi vogliono rendere più flessibile il mercato del lavoro? La risposta è semplicissima: più il mercato del lavoro è flessibile, più i lavoratori sono precari. A questo punto diventano più ricattabili e, di conseguenza, si possono imporre salari bassi. Se la spada di Damocle del licenziamento ti minaccia, è meno facile che tu chieda un aumento. Trionfi la giustizia proletaria.