«Pfas, il parlamento tolga l’inchiesta alla Procura di Vicenza»

Il capo dei giudici berici Cappelleri ha parlato di «due anni per concludere le indagini». L’intervento di Peruffo (No Pfas) la commissione gli dia una scossa o si rischia l’insabbiamento

Osservate gli occhi, lo sguardo, l’espressione del magistrato capo della Procura di Vicenza, Antonino Cappelleri, nel rilasciare l’intervista all’uscita dell’audizione presso la Commissione Parlamentare Ecoreati guidata dall’on. Alessandro Bratti. «Mi domando se questo è un uomo o una macchina burocratica». La domanda sorge spontanea. Senza volontà di offesa, a noi tutti, madri e padri, che sanno che la dignità del Diritto si nasconde anche dietro a uno sguardo, a una preoccupazione, a una in-digna-zione. Il distacco emotivo che questo signore dimostra di fronte al dramma dei PFAS è qualcosa che spaventa. Qualcosa che supera il comprensibile distacco professionale che un magistrato per sua natura deve avere. Ma ciò che spaventa ancora di più di questa nostra interpretazione emotiva, sono le sue dichiarazioni: «ancora 2 anni per concludere le indagini». Ma scusi, signor Procuratore, a questo punto dobbiamo dirlo, considerato i documenti consegnati ieri in Commissione da noi stessi… ma non dovrebbe essere indagata la Regione stessa – tutti i suoi dirigenti – per questi ritardi e per non avere applicato il Principio di Precauzione?

La chimica ha fatto passi da gigante. Nel bene e nel male. Secondo fonti accertate – come Greenpeace e altri scienziati a cui ci affidiamo – per fare le analisi PFAS sugli alimenti, grazie alle straordinarie tecnologie dei macchinari oggi in uso presso i laboratori di tutto il mondo, sono sufficienti 5 giorni. Basterebbe chiedere ai GAS locali di raccogliere un campione a filiera corta dei nostri alimenti e nel giro di una settimana sapremo quanti PFAS contengono le sostanze che ingeriamo quotidianamente. La Regione Veneto, invece, ritarda. Rallenta. Ancora nell’incontro di un paio di mesi fa, dove il sottoscritto fu osteggiato dalla Direzione della Sanità, dal suo Assessore, promise di fornire i dati. Nell’incontro di inizio settembre, con le sole mamme […], altra dilazione. Nel frattempo, parlando con i veterinari, si apprende che loro stessi, depositari della sicurezza e dei controlli sugli alimenti, hanno ricevuto divieto di accesso agli atti o di operatività specifica sul campo. Dire grave è dire poco. Qualcosa non torna.

Ulteriore passaggio. Il Procuratore Capo parla di ritardo causato dalla Regione la quale annuncia che l’analisi epidemiologica necessita di 2 anni per essere conclusa. Lo dice sempre con distacco. Noi tutti ci domandiamo: ma il professor Tony Fletcher cosa aspetta a depositare la sua perizia epidemiologica INDIPENDENTE o dov’è finita? Non doveva essere consegnata a settembre? Perché dobbiamo aspettare la Regione quando la Regione ha dimostrato – ora possiamo dirlo – di non aver tutelato “sufficientemente” i suoi cittadini dopo che si è saputo dell’allerta PFAS nel 2013. Anzi, sembra, così dice pure Bratti, che tutti sapessero. Anche degli scarichi in deroga “permessi” alla Miteni nel depuratore di Trissino per diluire i cloruri della concia, ben prima del 2013. Forse perché i PFAS erano chiamati “tensioattivi”? Dov’erano i controllori di una fabbrica sotto normativa Seveso e già colpevole di un disastro ambientale negli anni 70?! Di fronte ai milioni di euro con cui si è riempito la bocca il Dottor Mantoan per la sua analisi epidemiologica che farà scuola in tutto il mondo, è possibile che di fronte ai numeri spaventosi per quantità di contaminati e densità di contaminante ci siano a disposizione così poche macchine e strutture per fare queste benedette analisi e che gli abitanti fuori dalla zona rossa, ma della quale mangiano la stessa melma, debbano pagare 200 euro a cranio per sapere cosa circola nel loro sangue? E che oltre a pagare di tasca propria, poi subiscano pure l’ingiuria della Regione stessa che dice che queste analisi non sono valide? Pur facendole in laboratori altamente accreditati dalla Regione medesima?

Sì. A Vicenza e nel Veneto di questi ultimi 20 anni tutto è possibile. La parola d’ordine è incassare. E poi? Rallentare. Insabbiare. Interrare. Ora, di fronte al distacco burocratico del Procuratore, un distacco forse professionale, ma che noi tutti vorremmo mostrasse un’ombra marcata di cipiglio o di amarezza, di preoccupazione, di determinazione – perché si parla non “dei nostri fini”, ma dei nostri figli! (parole sue) – di fronte alle centinaia di analisi consegnate ieri, tra cui quella di un ragazzo che da un anno beve acqua controllata e si ritrova le analisi aumentate di ben 100 nanogrammi, di fronte alla logica deduzione che questo inquinamento si propaga non solo attraverso l’acqua ingerita, ma i “derivati dell’acqua”, la catena agroalimentare, di fronte alla constatazione che il Veneto – altra cosa triste da dire, quasi impronunciabile, ma ora dobbiamo dirlo – sta inquinando – fino a prova contraria – il resto d’Italia, di Europa, del mondo, di fronte a questo silenzio-assenso delle istituzioni e ritardi poco credibili, io credo che tutta la forza delle madri, dei padri ieri presenti insieme alle madri, la loro dignità, che scenderà prossimamente nei teatri, nelle sale civiche, nella testimonianza americana di Robert Bilott, nella grande manifestazione di piazza prevista per l’8 ottobre, tutta questa forza vada riversata per bloccare-sbloccare la Procura. Con dei presidi permanenti durante le giornate di lavoro. Con dei blocchi-sblocchi ai lavori. Non possiamo più aspettare nessuno. Perché continuiamo a ingerire acqua contaminata senza avere bloccato la fonte dell’inquinamento e senza avere avuto le dovute precauzioni da chi doveva metterle in atto. Il tempo è scaduto o sta per scadere. Se la Commissione Ecoreati non dà una scossa alla Procura di Vicenza e non vediamo risultati nel brevissimo termine, io credo che sia giusto che tutta la nostra forza vada spostata nel luogo stesso dove il Diritto non funziona.

Non vedo altra strada. Se la parola d’ordine del Veneto inquinato è “rallentare”, la nostra dovrà essere “accelerare“. Addirittura, visto l’impasse della Procura di Vicenza su altri casi che hanno portato al “suicidio del territorio” (pure delle persone!) e la legalità a prendere sede nell’illegalità, vedi Banca Popolare di Vicenza, Borgo Berga, Tribunale, Basi Militari (ho fatto parte anche dell’audizione per la recente Commissione ICOMOS Unesco e purtroppo so di cosa parlo), dobbiamo ipotizzare l’opzione di chiedere alla Commissione Parlamentare Ecoreati di togliere la questione PFAS alla Procura di Vicenza. I PFAS da qui sono esportati in tutta Italia, e se qui la soluzione non si trova, mi chiedo se non sia possibile fare intervenire una procura più efficace.

Alberto Peruffo
Coordinatore dell’audizione movimenti No Pfas in data 14 settembre 2017

(ph: un’immagine della Commissione parlamentare contro i reati ambientali, foto di Alberto Peruffo)