Vicenza, ma la mostra è su Van Gogh o su Goldin?

Il Nostro ha riservato la penultima sala ad una sua narrazione dell’artista morente. Mentre l’ultima sala riguarderà il Nuovo Cinema Goldin

Dopo il via libera della Sovrintendenza ai monumenti, che un mese fa aveva bloccato i lavori e imposto alcune modifiche, è arrivata – accolta con grande soddisfazione dal curatore Marco Goldin – anche la promozione da parte dei famosi Lloyd’s di Londra: l’allestimento della mostra su Van Gogh in Basilica Palladiana a Vicenza «è perfetto».

I brokers inglesi si riferiscono agli aspetti tecnici collegati alle assicurazioni e non risulta che si preoccupino dei monumenti dove vengono collocati i quadri, ovviamente, mentre la Sovrintendenza parlava appunto di quello: di rapporto con il salone antico, di rispetto, valorizzazione, visibilità e altri temi del genere. Ma tant’è. Ostacoli a proposito dell’allestimento non ce ne sono più, la macchina organizzativa è lanciata a pieno regime verso l’inaugurazione. Così, la stampa è stata convocata dal vicesindaco Jacopo Bulgarini d’Elci per controllare “de visu” quello che è stato fatto e l’effetto che fa. Il principale è che rispetto al passato non c’è più la sensazione di essere in un labirinto: due ampi corridoi rettilinei, spazi espositivi ampi, Basilica più “presente”. Non è poco.

Bizzarra conferenza stampa, bisogna dire. Solo alla fine Goldin è giunto al tema, facendo capire quanto poco avesse gradito l’intervento ferragostano della Sovrintendenza, con corollario di interventi polemici a supporto, come quello del Cisa Palladio. E ha specificato che gli interventi richiesti (e realizzati) erano “minimali”. Della serie “Tanto rumore per nulla”, ovvero, come ha detto ruvidamente lui: «Dopo 33 anni che organizzo mostre, non sono l’ultimo arrivato».

Prima, il curatore si è a lungo diffuso in un’appassionata descrizione della mostra quasi quadro per quadro, disegno per disegno. Parlava di tele e di disegni come se fossero lì, e tutti i presenti dovevano abbozzare e lavorare di immaginazione (o di memoria), perché naturalmente non c’era alcuna opera d’arte sulle pareti. La minuziosa narrazione ha svelato però anche un paio di importanti elementi nuovi, che servono a capire quanto la mostra abbia nel protagonismo di Goldin un elemento più centrale di sempre, pur tenendo conto che il curatore non è certo personaggio che preferisce restare fra le quinte.

Si è appreso ad esempio che non di solo “Van Gogh fra il grano e il cielo” si tratterà: arrivato alla penultima sala, il visitatore si troverà in un contesto pittorico molto diverso, per quanto a tema, motivato da un input letterario opera dello stesso Goldin. È opera sua, infatti, il monologo di Van Gogh morente a partire dal quale il curatore ha commissionato una serie di otto tele al pittore padovano Matteo Massagrande. Parole (di Goldin) e pittura contemporanea (Massagrande è artista ormai vicino alla sessantina di notevole e riconosciuta qualità) fianco a fianco. Dal 7 ottobre potremo scoprire se funziona. E quanto ci azzecca con Van Gogh.

La seconda notizia – sempre all’insegna del protagonismo del Nostro – riguarda il Nuovo Cinema Goldin, ovvero la vasta sala insonorizzata e con ampio schermo collocata alla fine della mostra. Qui verrà proiettato il documentario che il curatore ha ricavato dal suo pellegrinaggio nei luoghi vangoghiani in Provenza. Doveva essere una cosina di un quarto d’ora, ha confessato, ma si sa come vanno queste cose: all’impulso creativo non si comanda. In veste di cineasta ma anche di interprete (salvo errori, un aspetto finora inedito del suo multiforme ingegno, almeno in dimensioni così ambiziose) Goldin offrirà quindi ai visitatori, compreso nel prezzo del biglietto – un documentario della durata di 62 minuti – titoli di coda inclusi, ha detto. Il prezzo dei biglietti? Se lo volete a data fissa, 16 euro, se a data aperta, 20. Per trovare le tariffe abbiamo dovuto scartabellare un bel po’, nel sito della mostra. In pratica si scoprono solo quando si sta per completare l’acquisto. Strano marketing.

Per il film “scritto, raccontato e diretto” da Goldin, orari fissi ancorché continuati, porte chiuse a inizio proiezione, come si conviene ai cinefili e quando di mezzo c’è un autore. Al massimo, si potrà uscire in anticipo. Nelle altre mostre, i materiali video rappresentano un complemento che può essere fruito in qualsiasi momento, volendo a pezzetti. Quand’anche si trattasse di un capolavoro, come accadde anni fa per “Un chien andalou”, il film surrealista del 1929 diretto da Luis Buñel e prodotto da Salvador Dalì, che faceva parte della mostra sul pittore spagnolo a Palazzo Grassi. Scelte sorpassate, in Basilica è un’altra storia.