Abbasso l’aratro, viva i vermi: l’agricoltura «olimpica» del suolo vivente

Da Schio, capofila di un progetto per rifertilizzare in modo naturale la terra: «cambia il valore del tempo, ed è fattibile grazie ai fondi Ue»

La natura, questa grande dimenticata. Persino in agricoltura. Recuperare la sapienza ecologica dei processi naturali è invece la missione di un agronomo vicentino, Francesco Da Schio, capofila del progetto «Suolo vivente» (di cui, fra l’altro, si parlerà sabato 30 settembre nella sala parrocchiale di Bressanvido dalle 9 alle 13). Lui lo applica già da anni nella sua azienda agricola di Villadose in Polesine, una piccola realtà familiare dove i buongustai possono comprare direttamente salami e miele. Trent’anni fa era un rudere e oggi, anche grazie al fattore srilankese John e a sua moglie («era un clandestino», rivela il proprietario, soddisfatto di aver dato un lavoro e una dimora ad una famiglia), o forse pure per il sole abbagliante che ci accoglie, è splendente. E’ qui che Da Schio sperimenta la sua idea di coltivazione alternativa sia a quella abituale, ultrachimica, sia a quella biologica.

Tutto partì da una constatazione: «mi sono accorto», ci spiega mostrandoci in auto i campi di soia, il recinto coi maiali, i filari di alberi, i pannelli fotovoltaici, le arnie per le api, «di una pesante erosione del terreno, idraulica ed eolica». Ovvero acqua e vento danneggiano, sbriciolano e fanno perdere consistenza alla terra. «Sì, demineralizzandola da una parte e dall’altra eliminando gli alberi per far posto alle colture intensive». Ma mentre per risolvere il secondo problema la soluzione è intuitiva – «piantare alberi» – sul primo occorre spiegare l’importanza dei vermi. Proprio così: «i microorganismi sono fondamentali: i lombrichi mangiano la materia organica, la trascinano in profondità, la mineralizzano e sollevano il terreno». Ne consegue la novità, che suona come un ritorno non tanto all’antichità, quando alla nuda naturalità: l’abolizione dell’aratro.

Racconta Da Schio: «ho parlato con un agricoltore italiano che lavora in Argentina, il paese delle sterminate pampas: là il 100% delle colture l’aratro non lo vede più. Poi, basandomi anche sui lavori della professoressa vicentina Anna Trattenero dell’Associazione Blu e del docente di agroecologia Maurizio Paoletti, ho pensato di coltivare senza più arare con queste macchine sempre più enormi che ci sono adesso. Come facevano gli Aztechi, o anche gli Etiopi». Negli ultimi cinquant’anni, infatti, «la terra è diventata inerte: tanto a renderla produttiva, si dice, c’è l’aratro, o c’è la chimica. Invece si inaridisce». La differenza con il suo metodo è che «dopo otto-nove anni qui puoi fare qualsiasi coltura». Mentre voltando e rivoltando il terreno, drogandolo di sostanze («che anch’io utilizzo e infatti non faccio biologico, ma le uso via via sempre meno») e non lasciando spazio ai benefici vermiciattoli, ci si riduce ad una solo prodotto. «Certo, ci vuole pazienza, bisogna tener duro nei primi anni». E dunque si deve riuscire a sostenere l’eventuale scompenso economico per una impresa che voglia convertirsi al suolo vivente. «Ma esistono i contributi dell’Unione Europea erogati attraverso la Regione», ribatte l’agronomo, «e sono importanti, garantiscono un ristoro». E difatti il gruppo di aziende venete da lui “capitanato” che già lo praticano, assieme all’Università degli Studi di Padova e al Centro Istruzione Professionale e Assistenza Tecnica del Veneto, si avvalgono di finanziamenti nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale 2014/2020.

Le implicazioni non sono soltanto agrarie. Sono anche etiche: «difendere il suolo significa sostenere la fatica dell’attesa, dare un senso diverso al tempo». Più sereno, più sano, più lento, più solido, più corrispondente ai ritmi organici. In una parola: più naturale. A questo punto, serve una definizione più ampia e ardita. Da Schio, uomo mite, disponibile, dalla parlata calma e sorridente, che sembra riassumere anche fisicamente l’appagamento che dà il pur non facile amore per la terra, ce ne offre ben tre: «agricoltura con l’ombrello, perchè quando piove, qui, non si affondano i piedi nel fango: la terra assorbe. Agricoltura resiliente, cioè capace di adattarsi. Ma quella che mi piace di più è la terza: olimpica, perchè prpria degli Dei». Nel frattempo che questi ultimi diffondano il verbo, l’Europa «incentiva giustamente gli agricoltori di produrre ambiente, ovvero di dare spazio a piante che non diano frutto, o ad aree che non servano a pascolo», ovvero riforestare e lasciare aree libere per combattere il fenomeno del surriscaldamento globale. L’appello, sembra dire Da Schio, è di restar lontani da un ambientalismo estremista e puntare invece ad un mix fra il sano pragmatismo, che tiene conto delle politiche pubbliche e della convenienza aziendale, e «l’agroecologismo, che si batte per una rifertilizzazione organica» di Madre Terra.

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