La prof catalana: «referendum non basterà, serve svolta a Madrid»

Casellas, docente a Barcellona: «l’insofferenza interessa tutte le categorie e i territori, il problema è più politico che economico»

Antònia Casellas insegna al dipartimento di Geografia dell’Università Autonoma di Barcellona. Sarà in Italia, e precisamente qui in Veneto, a Padova, per il convegno organizzato dall’associazione Radix sabato 7 ottobre alla Sala della Gran Guardia in piazza Capitaniato alle 9:30, intitolato “Veneto, Europa. Dal movimento dei Sindaci all’Autonomia”. L’abbiamo intervistata alla vigilia del referendum sull’indipendenza della Catalogna che, polizia spagnola permettendo, dovrebbe svolgersi domani, 1 ottobre.

Professoressa, la Catalogna ha già ampi poteri di autonomia rispetto allo Stato centrale spagnolo. Perché chiedere l’indipendenza totale?
Questo è il risultato di un lungo processo che ha spostato il dibattito politico nelle aule giudiziarie e che si è sviluppato nel corso di 10 anni. È iniziato nel 2006, quando i conservatori del Partido Popular – al tempo all’opposizione – si opposero alla riforma dello Statuto dell’Autonomia della Catalogna, approvato dal Parlamento catalano nel settembre 2005, da quello spagnolo nel marzo 2006 e votato e approvato dai cittadini catalani nel giugno 2006. Già nell’aprile 2006 il PP aveva raccolto oltre 4 milioni di firme di cittadini spagnoli a favore della loro posizione, secondo cui lo statuto catalano doveva essere votato in tutta la Spagna (posizione simile a quella attuale rispetto al referendum per l’indipendenza). Il 31 luglio 2006 il PP portò lo Statuto alla Suprema Corte Costituzionale spagnola. All’epoca il movimento indipendentista aveva consensi bassi (meno del 15% della popolazione catalana). Il 27 giugno 2010, la Corte stabilì che 186 articoli su un totale di 226 erano incostituzionali e dovevano essere modificati. La sentenza generò un malcontento diffuso tra i cittadini catalani. Per allora il sostegno al movimento indipendenza aveva raggiunto il 25% circa. Il 20 novembre 2011 il Partido Popular vinse le elezioni con una forte campagna anti-catalana nel resto della Spagna e il movimento indipendentista guadagnò nuovi sostenitori. Un fenomeno evidente dal numero sempre maggiore di partecipanti alle celebrazioni della giornata nazionale catalana (l’11 novembre) negli ultimi sei anni. La crescente insofferenza interessa tutte le categorie sociodemografiche, dalle campagne alle città, e unisce la chiamata all’indipendenza alle politiche percepite come regressive e culturalmente anti-Catalane da parte del governo spagnolo.

Madrid ha reagito duramente. Non c’è il rischio di violenze e rivolte?
Come ha affermato il sindaco di Barcellona in un recente articolo del Guardian, «questo processo, tuttavia, ha fatto un “salto qualitativo” la scorsa settimana, mettendo a rischio i diritti e le libertà fondamentali con la minaccia di arrestare 700 sindaci, la chiusura di siti web governativi e di organizzazioni della società civile, l’arresto di funzionari regionali di alto livello, l’interrogazione e l’intimidazione di dirigenti scolastici, le interferenze nelle faccende del governo regionale e un massiccio dispiegamento di forze di polizia allo scopo di impedire ai cittadini della Catalogna di votare questa domenica al referendum convocato dal loro governo regionale». Pertanto non si può prevedere ciò che accadrà, ma il movimento indipendentista si è espresso contro eventuali violenze e rivolte generalizzate. La mia migliore ipotesi è che domenica non vi sarà violenza generalizzata, fomentata da un numero significativo di persone o forze di polizia. Non gioverebbe a nessuna delle parti.

Nel referendum del 2014 andò a votare il 35% dei catalani. Significa che la maggioranza delle persone è contraria o indifferente all’indipendenza?
Quello del 2014 non era considerato un referendum, ma una consultazione. È stato visto più come un atto di protesta che un vero referendum. Ad oggi ci sono poche persone indifferenti alla situazione, ma non è mai stato chiarito quale sarebbe il risultato del referendum se si potesse tenere in circostanze normali. Ciò che pare evidente è che fino all’80% dei catalani voterebbe in un referendum legale che approfondisse diverse opzioni territoriali.

Quanto pesano le motivazioni economiche e finanziarie nella battaglia secessionista?
Le questioni economiche e finanziarie sono parte del dibattito. Ci sono diverse interpretazioni su quale sia il reale contributo dell’economia catalana al resto della Spagna e su quanto la regione ottiene in cambio. Molti lamentano la mancanza di investimenti nelle infrastrutture e la delega di funzioni senza assegnazioni di budget. Ma la battaglia secessionista è più il risultato di un fallimento nel risolvere problemi politici con decisioni politiche da entrambe le parti e dell’estrema lentezza di reazione del governo spagnolo, che non è stato proattivo nel fornire soluzioni (per esempio, ora alcuni membri del PP riconoscono è stato un errore raccogliere firme contro l’Estatut e portarlo alla Corte Suprema e che, dopo più di 10 anni di discussione, potrebbero accettare di modificare la Costituzione per rispondere alla crisi territoriale). Il problema del malcontento catalano non si risolverà domenica. A mio parere, per risolverlo dovremmo: riformare la Costituzione spagnola del 1976, cambiare la leadership politica di Madrid (Rajoy e alcuni dei suoi collaboratori stretti) per ottenere alcune politiche proattive e, alla fine, raggiungere un accordo per un referendum legale.

Lei, se il referendum si farà, come voterà?
Beh, prima dobbiamo vedere se si farà e secondo, come sa, il voto è segreto!