Muray, un francese contro i buonisti semicolti

Dopo oltre vent’anni dalla pubblicazione in Francia, arriva anche in Italia l’irriverente pamphlet “L’impero del bene”. Perché i dissidenti, ci tocca importarli

La letteratura italiana potreste anche lasciarla perdere. I nostri romanzieri e pamphletisti producono, nove volte su dieci, spazzatura culturale. Del resto, si tratta quasi sempre di autori di sinistra, ma di caratura notevolmente inferiore rispetto a Moravia e Pasolini, che scrivono per un pubblico di semicolti e pseudointellettuali molto radical con un piccolo impiego statale. “Conformisti e barocchi”, come li definisce in un suo verso l’autore di “Le ceneri di Gramsci”. Vi sono eccezioni, ma vengono in massima parte tenute in ombra, oppure rimangono inedite.

Ben diverso è il caso francese. Anche oltralpe vi è tutto uno schieramento di affiliati al circuito dei narratori e pensatori schierati dalla parte giusta, genuflessi al cospetto del Potere, a fare quello che fa ogni meretrice con i calli alle ginocchia. Penso alla conventicola che annovera infimi personaggi quali Emmanuel Carrère, o quel rivoltante pensatore, ex engagé, di Bernard-Henri Lévy. Basterà dire che quest’ultimo è passato dall’essere amico di Sartre al tessere l’elogio di Renzi, per capire che non resta se non di tutelarsi evitando di cedere alla tentazione di leggerlo.

Ma la grandissima Francia è anche il paese che ha generato l’unico vero pensiero non conforme. In Europa, resta certamente ineguagliato. Per intenderci, anche gli intellettuali di sinistra lì sono a un altro livello. Sartre, Camus. Continuare a sciorinare nomi sarebbe superfluo. Ma soprattutto la terra di Napoleone ha dato i natali a geni del calibro di Céline, per non parlare dell’unico vero scrittore contemporaneo che valga seriamente la pena di essere letto, il sommo poeta e narratore Michel Houellebecq, il mesto cantore del tardo capitalismo e della società dei consumi.

(Da sinistra Emmanuel Carrère, Bernard-Henri Lévy, Louis-Ferdinand Céline, Michel Houellebecq)

Fortunati come sono, i francesi hanno anche diversi altri nomi di intellettuali contro. Ovviamente, da noi non arrivano, se non in minima misura. La censura è viva più che mai e subdola, meno manifesta che in passato. Non brucia libri, ne impedisce semplicemente la circolazione, evita che venga tradotto chi non pensa come si dovrebbe pensare, in modo zuccherino ed edulcorato, possibilmente senza provocare o indurre idee che possano intaccare il nostro modo di vivere così dolcemente pacificato da rasentare la morte cerebrale.

Uno di questi è il grandioso Philippe Muray. Non sentitevi in colpa se non vi è capitato di udire questo nome. Nessuno si era mai preso la briga di trasporre in italiano qualcosa della sua vastissima produzione. Erano troppo impegnati a somministrarvi i vari premi Strega, i Baricco, gli Ammaniti, e via deludendo. Eppure Muray è un intellettuale di spicco nel suo paese, un mostro ma non sacro, un reazionario intelligente e non un ottuso conservatore. Perché, come fa dire Houellebecq a uno dei suoi personaggi, in “Le particelle elementari”: «Lei è un reazionario, va benissimo. Tutti i grandi scrittori sono dei reazionari».

Bisogna ringraziare la coraggiosissima casa editrice Mimesis che concede un permesso di soggiorno intellettuale al noto autore, in questo paese dove si accoglie chiunque tranne chi veramente lo meriti, ovvero i reprobi del pensiero francese. Ma ringraziarli sarebbe davvero poco, ci vorrebbe un monumento per questa eccezionale traduzione di “L’impero del bene” che compare timidamente sul mercato editoriale nostrano, dopo aver visto la luce in Francia nel lontano 1991.

Di cosa parli il testo in questione è facilmente arguibile fin dal titolo. Siamo tutti sudditi di questo triste impero nel quale ognuno è umanitario con chi abita in Burkina Faso, salvo poi disinteressarsi completamente dei pensionati con 400 euro al mese. Ognuno di noi ha almeno un amico che, con l’iPhone 8 in mano, si indigna per il trattamento dei rifugiati e non pensa che il suo amato smartphone è prodotto da degli schiavi cinesi.

Nelle parole fulminanti di Muray: “Ogni secolo ha il suo Tartufo. Il nostro è un po’ cambiato. È cresciuto, ha cambiato look. È socio fondatore di varie associazioni NO a qualcosa, CONTRO qualcos’altro, ha frequentato le migliori università e scuole di specializzazione, è socialista moderato, o progressista scettico, o centrista del terzo tipo. Talvolta ha animo di poeta, ma di certo ha stoffa da romanziere, e comunque è allegorico, lirico nel cuore e nello spirito oggi, come era stalinista-lamartiniano negli anni sessanta e settanta, ed è sempre, sempre, languido. Il nichilismo di un tempo aveva foggia rossonera; oggi è rosa pallido, pastello tenue dal cuore d’oro, tarocchi New Age, yogurt bifidus, karma, muesli, sviluppo sostenibile delle energie positive, astrologia, esoterico-rilassante, occulto-rigenerante”. Non resta che leggerlo per saperne di più.

(Copertina del libro)

Ciò che risulta di massimo interesse però, per chi si occupa di letteratura, sono le parole di Muray contro la produzione culturale che prolifica nel vasto orizzonte delle magnifiche sorti ottimistico-progressiste. Lui lo dice dei romanzi francesi ma altrettanto, se non peggio, si potrebbe affermare di quelli italiani: “Naturalmente queste opere che rispondono a tutte le norme europee, questi romanzi a bassissimo contenuto calorico, questi libri confezionati seguendo le tecniche più dolci, i metodi meno inquinanti, stanno alla letteratura come la vocina di un’annunciatrice in aeroporto sta alla vera voce di una donna che gode. O come una fellatio via chat sta a una bocca che ingoia per davvero”.

Esilarante, ma non ditelo a quei simpaticoni che vanno da Fazio. Non gradirebbero una tale mancanza di tatto nei loro confronti. Pensate poi se leggessero che la nostra società del Bene “ha gli scrittori che merita: autori di grandi sintesi, romanzieri di sostituzione, videologi industriali, poeti del terzo tipo, prodotti sopraffini di manipolazioni genetico-editoriali destinati a conformarsi ai nuovi standard imposti dal Programma, e che non si sarebbero mai visti se il Programma non fosse esistito […] Devono battersi nel mondo dello Spettacolo con le armi dello Spettacolo. Durata di vita vincolata alle prestazioni”. Capirete bene che, ogni volta che uno come Muray apre bocca, una qualche anima bella che pubblica con Einaudi muore. Avete presente, no? Si tratta di quegli che nel 2017 scrivono “solo materiale esotico, insolito, scenografie d’altri tempi, i faraoni, il Medioevo, la Louisiana, Parigi durante l’Occupazione. Una società ideale, vincente e luminosa come la nostra non accetta la minima descrizione critica”.

L’autore ci sperava davvero nel potere delle lettere, ma non può che prenderne atto: “Rimaneva forse una sola cosa un po’ aristocratica: la letteratura. Hanno addolcito, climatizzato, spianato, livellato pure lei. Proprio non lo digerisco. Egalizzata anche lei. Svenduta. Schiava della comunicazione. […] Denicotinizzata. Allineata. Decatramizzata. Aizzata a dovere. Purificata con acqua di Vichy”. Del resto, se gli scrittori avessero cercato di invertire la rotta “avrebbero l’ergastolo assicurato”.

Ma questa tragica condizione non concerne solo la letteratura, anzi tocca più in generale l’arte: “Devono farvi credere a ogni costo che la cultura è buona e giusta, che il cinema è vita, che la poesia è amore, che il teatro vi aspetta e che la pittura ci riguarda tutti”. Ciò è ben visibile attraverso tutti i presunti happening culturali: “Attraversare la Francia in estate con pubblicità di festival affisse dovunque – negli angoli più penosi, in piena canicola – è un viaggio fantascientifico tra gli orrori dell’ottimismo”.

Veramente profetiche le ultime righe del libro, in cui Muray sembra preconizzare la cifra del colossale successo letterario del suo connazionale Houellebecq: “Se ogni grande libro, ormai, se ogni racconto di costume che si rispetti, se ogni romanzo un minimo energico, dovesse trasformarsi, come per una tragica fatalità, quasi senza volerlo, nel pamphlet più veemente che ci sia?”. Non è forse vero che dell’autore di “Estensione del dominio della lotta” è stato detto proprio che non racconta più storie, ma porta avanti una narrativa di contenuti? Su tale via è stato senz’altro anticipato in buona misura dal più anziano Muray, ma ciò conta davvero poco. La cosa importante è che, in quel benedetto paese oltre le Alpi, qualcosa sia ancora vivo, un poderoso e tonante coro di dissenzienti, perché “questa società non partorirà che uomini muti o oppositori”.